Introduzione
Nel precedente articolo Quando non essere all’altezza diventa un’identità, abbiamo visto come il fallimento possa smettere di essere un’esperienza e trasformarsi in una definizione di sé.
Non diciamo più “ho sbagliato”, ma “sono sbagliato”.
Quando questo accade, qualcosa cambia profondamente anche nel modo in cui entriamo in relazione con l'altro.
Se mi percepisco fragile, inadeguato o facilmente sostituibile, difficilmente cercherò relazioni che mi chiedano trasformazione, confronto o crescita. Più spesso — senza accorgermene — cercherò relazioni che mi permettano di restare stabile. Relazioni che non mi mettano davanti al rischio di perdere l’equilibrio già precario che ho costruito.
Non tutte le relazioni nascono per farci crescere. Alcune nascono, prima di tutto, per impedirci di cadere.
La funzione stabilizzante dell’altro
La cultura contemporanea racconta le relazioni come spazi di evoluzione personale: dovremmo migliorarci, maturare, diventare versioni più consapevoli di noi stessi.
Ma la psicoanalisi mostra qualcosa di più complesso.
Fin dai primi studi di Sigmund Freud, il legame con l’altro non è solo desiderio o scelta affettiva: è anche regolazione psichica. L’altro contribuisce a mantenere un equilibrio interno che da soli non riusciremmo a sostenere.
Successivamente, autori come Donald Winnicott hanno descritto come la presenza dell’altro possa funzionare da ambiente psichico contenitivo: qualcosa che permette al Sé di non disintegrarsi.
In questa prospettiva, alcune relazioni non servono a cambiare, ma a mantenere coesa un’identità fragile. L’altro diventa una sorta di “impalcatura emotiva”.
Non ci sviluppiamo grazie alla relazione. Restiamo in piedi grazie ad essa.
Dipendenza come regolazione (non come patologia)
La parola dipendenza viene spesso utilizzata con una connotazione negativa. Eppure ogni essere umano è, strutturalmente, dipendente.
Gli studi sull’attaccamento di John Bowlby mostrano che il bisogno relazionale non rappresenta una debolezza, ma una necessità biologica e psichica.
Il problema non è aver bisogno dell’altro. Il problema nasce quando la relazione diventa l’unico dispositivo di regolazione emotiva disponibile. In questi casi, separarsi o cambiare non significa semplicemente perdere una persona: significa rischiare di perdere noi stessi.
Per questo alcune coppie restano insieme anche quando non crescono, non evolvono, non si incontrano davvero. La relazione svolge una funzione più primaria: impedire la frammentazione del senso di sé.
Un esempio clinico
Una giovane paziente raccontava di sentirsi bloccata in una relazione che definiva “ferma”. Non litigavano quasi mai. Non progettavano nulla. Non si lasciavano.
Alla domanda su cosa temesse davvero, non emergeva la solitudine, ma qualcosa di più radicale:
“Con lui non devo dimostrare niente.
Se lo perdessi, dovrei tornare a capire chi sono.”
Nel lavoro analitico divenne progressivamente chiaro che quella relazione non limitava la crescita per caso: la proteggeva.
Dopo anni vissuti con la sensazione di non essere abbastanza, quel legame offriva un raro spazio privo di richiesta trasformativa. Quella relazione era diventata una soluzione psichica.
Come osserva Jessica Benjamin, il riconoscimento reciproco richiede la tolleranza della differenza e del cambiamento — qualcosa che non sempre il Sé è pronto a sostenere.
Quando stare insieme significa non cambiare
Molte relazioni funzionano come sistemi di equilibrio reciproco.
Uno evita il conflitto. L’altro evita l’abbandono. Uno rinuncia alla crescita. L’altro rinuncia alla separazione. Si crea così un patto implicito: restiamo insieme purché nulla cambi davvero.
In molte narrazioni culturali, le relazioni non falliscono perché conflittuali, ma perché troppo stabili per permettere trasformazione.
Nel matrimonio raccontato in Anna Karenina di Lev Tolstoj, il legame tra Anna e Karenin garantisce ordine, posizione sociale e continuità, ma al prezzo di una progressiva anestesia soggettiva. La relazione funziona: proprio per questo diventa soffocante. Non manca la stabilità — manca la possibilità di esistere come soggetto vivo.
Una dinamica simile emerge in Madame Bovary di Gustave Flaubert, dove Emma non resta per amore ma per inerzia psichica. Il matrimonio non è apertamente distruttivo: è sufficientemente stabile da impedire il cambiamento e sufficientemente vuoto da generare un senso cronico di insoddisfazione. La relazione protegge dall’incertezza ma immobilizza il desiderio.
Nella musica contemporanea, molte narrazioni relazionali descrivono legami che non liberano ma regolano l’angoscia. Nelle canzoni di Billie Eilish, l’intimità appare spesso intrecciata a una forma di dipendenza emotiva silenziosa: relazioni in cui restare vicini non significa stare bene, ma evitare il vuoto che emergerebbe nella separazione. Brani come Happier Than Ever mostrano con chiarezza questo paradosso: la consapevolezza della sofferenza non coincide immediatamente con la possibilità di uscire dal legame. L’altro continua a svolgere una funzione stabilizzante anche quando diventa fonte di disagio.
Dalla stabilità alla crescita
Una relazione stabilizzante non è un errore. Spesso rappresenta una fase necessaria. Prima di poter cambiare, il Sé ha bisogno di sentirsi sufficientemente al sicuro.
Solo quando l’identità non è più continuamente minacciata diventa possibile tollerare il movimento, il conflitto, la trasformazione. Il lavoro terapeutico non consiste nel spingere alla separazione o nel giudicare la dipendenza, ma nel rendere progressivamente pensabile ciò che prima sarebbe stato psichicamente insostenibile.
Non tutte le relazioni devono finire. Alcune devono semplicemente smettere di essere l’unico luogo in cui possiamo esistere.
Conclusione — Quando il legame può iniziare a trasformarsi
Se riconosci in queste parole qualcosa della tua esperienza, non significa necessariamente che la tua relazione sia sbagliata. Forse ha avuto — o ha ancora — una funzione importante: aiutarti a restare insieme a te stesso. Ma a volte arriva un momento in cui ciò che ci ha sostenuto inizia anche a limitarci.
La psicoterapia diventa allora uno spazio in cui non è necessario rompere i legami, ma comprenderne il significato profondo. Perché solo quando capiamo a cosa serve davvero una relazione possiamo iniziare a scegliere se restarci dentro per paura… o per desiderio.
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia
- Benjamin, J. (1988). The bonds of love. Pantheon Books.
- Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment. Basic Books.
- Freud, S. (1921). Group psychology and the analysis of the ego. International Psychoanalytic Publishing House.
- Mitchell, S. A. (1988). Relational concepts in psychoanalysis. Harvard University Press.
- Winnicott, D. W. (1965). The maturational processes and the facilitating environment. Hogarth Press.