Perché non esistono risposte valide per tutti
Nei nostri incontri abbiamo parlato del cambiamento, delle separazioni e della difficoltà di lasciare andare ciò che ha avuto un posto importante nella nostra vita. Oggi vorrei soffermarmi su un aspetto che attraversa molte esperienze di sofferenza: il modo in cui cerchiamo di affrontare ciò che ci accade, soprattutto quando non riusciamo a comprenderlo o a modificarlo.
Quando stiamo male, è comprensibile cercare una risposta concreta. Ci chiediamo: «Che cosa posso fare per accettare una perdita?», «Come faccio a smettere di sentirmi in colpa?», «Come posso non stare più così male?». Sono domande legittime. Quando soffriamo, vorremmo sapere che cosa fare per interrompere il dolore, o almeno per renderlo più sopportabile.
Il problema è che non esiste una risposta generale. Di fronte alla morte di una persona cara, per esempio, non c’è una soluzione che possa essere proposta indistintamente a tutti. Possiamo ricevere sostegno, trovare parole, costruire nuove abitudini; ma nessuna indicazione, da sola, può stabilire che cosa significhi quella perdita per noi, né quanto tempo ci occorra per confrontarci con la sua realtà.
Viviamo, inoltre, in una cultura che tende a proporre soluzioni rapide alla sofferenza. Quando qualcosa ci fa stare male, siamo spesso invitati a reagire, distrarci, ritrovare subito un equilibrio, trasformare la difficoltà in un’occasione di crescita. Ma il dolore non è sempre un problema da risolvere nel più breve tempo possibile. A volte è un’esperienza da attraversare.
Questo è uno degli aspetti importanti del lavoro psicoterapeutico. In terapia non si tratta semplicemente di indicare a una persona che cosa dovrebbe fare, né di convincerla a stare meglio. Si cerca piuttosto di creare le condizioni perché possa avvicinarsi a ciò che sta vivendo, riconoscerlo e comprenderne gradualmente il significato. Stare nel dolore non significa abbandonarsi alla sofferenza, né rimuginare continuamente su ciò che è accaduto. Rimuginare significa spesso ritornare sulle stesse domande senza riuscire a produrre un cambiamento nel modo di pensare e sentire. Attraversare il dolore, invece, significa permettere all’esperienza di diventare progressivamente pensabile, collegarla alla propria storia e trovare un modo diverso di portarla con sé.
Comprensibilmente, questo processo può essere difficile. Quando soffriamo, vorremmo allontanarci da ciò che ci fa male. Eppure, se riusciamo a non fuggire immediatamente dall’esperienza, può diventare possibile trasformare il rapporto che abbiamo con essa. Non sempre possiamo cambiare ciò che è accaduto; possiamo però, nel tempo, modificare il modo in cui quella realtà vive dentro di noi.
Quando facciamo fatica a riconoscere ciò che sentiamo
A volte non è difficile soltanto tollerare un’emozione: è difficile persino riconoscerla come nostra. Possiamo provare rabbia verso una persona a cui vogliamo bene, sollievo dopo la conclusione di una situazione dolorosa, invidia, stanchezza o desiderio di allontanarci. Una parte di noi può sapere che questi sentimenti esistono; un’altra, però, può considerarli sbagliati, pericolosi o incompatibili con l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Per questo non sempre è corretto dire che un sentimento è semplicemente inconscio. Talvolta ne abbiamo una consapevolezza parziale: avvertiamo qualcosa, ma cerchiamo di non pensarci, lo minimizziamo o lo trasformiamo in un’altra emozione più accettabile. La difesa psicologica non presuppone necessariamente che non sappiamo nulla di ciò che proviamo; può consistere anche nel non voler riconoscere fino in fondo qualcosa che, almeno in parte, già intuiamo.
Lo psicoanalista Wilfred Bion ha approfondito il problema di come le esperienze emotive possano diventare pensabili. Perché un’emozione possa essere compresa, non basta che venga avvertita: occorre che possa essere contenuta, collegata ad altre esperienze e trasformata in qualcosa che la mente riesca a rappresentarsi. Quando questo processo incontra delle difficoltà, possiamo sentirci invasi da stati emotivi confusi, reagire senza comprenderne bene il motivo oppure avvertire nel corpo una tensione che non riusciamo a collegare a ciò che stiamo vivendo.
Non significa che ogni emozione difficile nasconda necessariamente un conflitto o un significato profondo da decifrare. Significa, più semplicemente, che capire ciò che proviamo richiede talvolta un lavoro: dare forma all’esperienza, distinguere i sentimenti, riconoscere che cosa li suscita e che cosa temiamo possa accadere se li ammettiamo.
Il sintomo come soluzione adattiva: quando qualcosa che fa soffrire svolge anche una funzione
Vorrei introdurre qui un concetto centrale del pensiero psicodinamico: un sintomo può essere fonte di sofferenza e, nello stesso tempo, svolgere una funzione psicologica. Questa funzione non rende il sintomo volontario, simulato o meno doloroso. Ci aiuta piuttosto a comprendere perché una difficoltà possa persistere anche quando la persona desidera sinceramente liberarsene.
Per capire questo punto, dobbiamo abbandonare per un momento l’idea che un sintomo sia soltanto qualcosa da eliminare. Un sintomo può essere anche una soluzione, spesso costosa e limitante, che la persona ha sviluppato per affrontare una situazione interna o relazionale che non riusciva a gestire diversamente. Può proteggere da un’angoscia, evitare un conflitto, mantenere una vicinanza, dare espressione a un bisogno che non trova altre parole. La soluzione può essere diventata rigida e produrre sofferenza, ma in origine, o nel contesto in cui si è consolidata, può aver avuto una funzione adattiva.
Il termine adattivo non significa quindi sano o vantaggioso in assoluto. Significa che un certo modo di funzionare può essersi organizzato come risposta a un ambiente, a una relazione o a una difficoltà. Ciò che in un momento ha permesso di reggere una situazione può, in seguito, impedire di vivere in modo più libero.
In una prospettiva psicodinamica, comprendere un sintomo significa allora porsi almeno due domande: che cosa fa soffrire la persona? E che cosa rende possibile, evita o mantiene quel sintomo? La seconda domanda non deve sostituire la prima, né diventare un’accusa. Serve a comprendere perché il cambiamento possa essere complesso anche quando il desiderio di stare meglio è autentico.
Il corpo e l’esperienza emotiva
Il rapporto tra mente e corpo rende particolarmente evidente questa complessità. Il corpo non è semplicemente un contenitore che trasmette ciò che la mente ha già compreso. È il luogo in cui viviamo le esperienze, spesso prima di riuscire a rappresentarle con le parole. Una tensione persistente, un affaticamento o un’alterazione del sonno possono accompagnare periodi di sofferenza, ma non è corretto dedurre automaticamente da un sintomo fisico una causa psicologica. I disturbi corporei richiedono, quando indicato, una valutazione medica; riconoscere la dimensione emotiva non significa negare quella organica.
Il contributo di Bion permette di pensare a ciò che accade quando un’esperienza emotiva non riesce a essere trasformata in pensiero. Bion distingue, nel suo modello teorico, tra elementi emotivi ancora grezzi e la funzione che li rende elaborabili. Chiama funzione alfa il processo attraverso cui impressioni sensoriali ed esperienze emotive possono essere trasformate in materiale utilizzabile per sognare, ricordare e pensare. Non è una procedura cosciente che applichiamo a comando: è una funzione psichica fondamentale, che si sviluppa inizialmente anche attraverso la relazione con chi si prende cura di noi.
Se un’esperienza è troppo intensa, oppure non trova sufficiente contenimento, può risultare difficile darle un significato. La persona può allora sentirsi agitata, svuotata, confusa o incapace di spiegare ciò che le accade. Il lavoro psicologico non consiste nell’assegnare subito un significato al sintomo, ma nel favorire le condizioni perché l’esperienza possa essere avvicinata e pensata.
Thomas Ogden riprende e sviluppa alcuni aspetti del pensiero di Bion, sottolineando che la capacità di pensare l’esperienza emotiva non è separabile dalla relazione. Nel suo lavoro teorico, l’analista non è un interprete che possiede dall’esterno la spiegazione corretta di ciò che accade al paziente. La comprensione prende forma nel lavoro analitico, attraverso l’ascolto di ciò che viene detto, di ciò che non riesce ancora a essere detto e di quanto prende forma nella relazione. In altri termini, l’esperienza può diventare pensabile anche quando viene accolta da una mente capace di sostenerla senza affrettarsi a spiegarla o a cancellarla.
Questo aiuta a comprendere una differenza importante: ascoltare il sintomo non significa trattarlo come un codice dal quale ricavare una traduzione univoca. Non esiste una corrispondenza fissa per cui un dolore, una tensione o un disturbo debbano sempre significare la stessa cosa. Il sintomo va compreso nella storia della persona, nelle circostanze in cui compare, nel significato che assume e negli effetti che produce.
Un caso clinico: A e la depressione come modo di essere visti
Immaginiamo il caso di A, un paziente che arriva in terapia per una depressione caratterizzata da umore basso, perdita di interesse, scarsa energia e un sentimento persistente di non valere abbastanza. A racconta di sentirsi solo e poco considerato dalla famiglia. Descrive relazioni nelle quali, quando prova a parlare delle proprie necessità o a chiedere attenzione, tende a ricevere risposte sbrigative. Quando invece sta molto male, gli altri si preoccupano, gli telefonano, gli chiedono come si sente e, almeno per un periodo, sembrano accorgersi di lui.
Nel corso del lavoro emerge gradualmente una regolarità: nella sua storia familiare, la sofferenza era uno dei pochi modi attraverso cui A riusciva a ottenere una risposta affettiva. Non è necessario che i familiari lo abbiano fatto intenzionalmente o che gli abbiano esplicitamente insegnato a stare male per essere considerato. È sufficiente che, nel tempo, si sia consolidata un’associazione: quando sto male, qualcuno si accorge di me; quando sto meglio, torno a sentirmi invisibile.
Da questa prospettiva, la depressione non è una scelta e non è una strategia consapevole per attirare l’attenzione. È una condizione di sofferenza reale che, all’interno di una determinata organizzazione relazionale, può finire per svolgere anche una funzione: rende visibile un bisogno di riconoscimento che A non riesce a esprimere o a sostenere in altri modi. La cura arriva attraverso la sofferenza e, così, la sofferenza può diventare involontariamente il tramite privilegiato per ricevere vicinanza.
Questo crea un paradosso doloroso. A desidera stare meglio, ma il miglioramento può suscitare anche una paura difficile da riconoscere: se non sto più male, gli altri continueranno a interessarsi a me? Se non mostro la mia sofferenza, avrò ancora un posto nelle loro relazioni? Non è detto che A formuli consapevolmente queste domande. Possono emergere attraverso le sue reazioni, le aspettative e le difficoltà che accompagnano i momenti in cui comincia a sentirsi meglio.
Il lavoro terapeutico non consisterebbe nel dirgli che, in fondo, gli conviene essere depresso. Sarebbe una lettura riduttiva e colpevolizzante. Si tratterebbe invece di riconoscere la sofferenza, comprendere la funzione che ha assunto e aiutarlo a trovare modalità differenti per esprimere bisogni, chiedere vicinanza e sentirsi riconosciuto. Il sintomo può diventare meno necessario quando la persona comincia a sperimentare che la relazione non dipende esclusivamente dal suo stare male.
Questo esempio mostra perché eliminare un sintomo senza comprenderne la funzione possa non essere sufficiente. Non significa che ogni sintomo debba essere interpretato in questo modo, né che la depressione abbia sempre una funzione relazionale. La depressione è una condizione complessa, che può dipendere da molteplici fattori psicologici, biologici e ambientali. Il caso illustra una possibile dinamica, non una spiegazione universale.
Il punto centrale è questo: un sintomo può essere contemporaneamente qualcosa da cui vogliamo liberarci e qualcosa che, senza che ce ne rendiamo pienamente conto, ci aiuta a mantenere un equilibrio conosciuto. Per cambiare, non basta quindi combatterlo. Occorre anche capire quale problema sta cercando di risolvere e quale alternativa possa diventare possibile.
Il senso di colpa: quando il sentimento diventa una condanna
Un altro modo in cui possiamo difenderci da ciò che sentiamo è giudicarlo. Non ci limitiamo a provare un’emozione: cominciamo a pensare che non dovremmo provarla. La rabbia diventa la prova di essere cattivi; il desiderio di autonomia viene vissuto come egoismo; il bisogno di riposo viene interpretato come mancanza di generosità. In questo passaggio, il sentimento non è più soltanto qualcosa che ci accade: diventa un’accusa contro noi stessi.
Per comprendere il senso di colpa, è utile distinguere tra la responsabilità per qualcosa che abbiamo effettivamente fatto e il giudizio che rivolgiamo a noi stessi per ciò che proviamo, desideriamo o temiamo. Le due dimensioni possono sovrapporsi, ma non coincidono. Possiamo essere responsabili di un’azione e avere bisogno di riconoscerne le conseguenze; possiamo anche sentirci colpevoli senza aver commesso un torto, perché abbiamo interiorizzato aspettative molto severe su come dovremmo essere.
Freud, nel suo lavoro sul funzionamento dell’Io e del Super-io, ha descritto come le proibizioni e gli ideali che incontriamo nelle relazioni significative possano essere interiorizzati, diventando una parte della nostra vita psichica. Il Super-io non si limita a vietare determinate azioni: può confrontare continuamente ciò che siamo con ciò che crediamo di dover essere. Quando la distanza tra i due diventa intollerabile, il senso di colpa può persistere anche in assenza di una responsabilità concreta proporzionata.
Questo non significa che ogni senso di colpa derivi necessariamente da un Super-io severo, né che la colpa sia sempre irrazionale. La colpa può svolgere una funzione importante quando ci permette di riconoscere un danno, assumercene la responsabilità e riparare, per quanto possibile. Diventa più problematica quando non apre a una comprensione o a un’azione, ma si trasforma in una condanna senza fine.
La domanda, allora, non è soltanto «perché mi sento in colpa?», ma anche: «di che cosa mi ritengo responsabile?», «quale ideale sto cercando di rispettare?» e «sto giudicando un comportamento concreto o il semplice fatto di avere un sentimento?». Sono distinzioni importanti, perché non possiamo decidere sempre che cosa provare, ma possiamo imparare a riconoscere ciò che proviamo e a scegliere come agire.
Freud e Winnicott: sentire non equivale ad agire
La riflessione psicoanalitica consente di distinguere tra un sentimento, il significato che gli attribuiamo e il comportamento che scegliamo. Provare rabbia non equivale a essere aggressivi; desiderare di allontanarsi non significa necessariamente voler distruggere una relazione; provare invidia non annulla automaticamente la stima o l’affetto. Il sentimento è un’esperienza psichica, non ancora un’azione e neppure un giudizio definitivo sul nostro carattere.
Il pensiero di Freud aiuta a comprendere che la vita psichica non è governata da una volontà perfettamente trasparente a se stessa. Desideri, divieti e ideali possono entrare in contrasto, e il senso di colpa può esprimere anche questa tensione. Non sempre, dunque, è sufficiente dirsi razionalmente che non c’è motivo di sentirsi colpevoli: se il giudizio è legato a un ideale profondamente interiorizzato, occorre comprendere da dove provenga e perché continui a esercitare tanta forza.
Donald Winnicott offre un contributo diverso ma complementare. Nei suoi scritti sullo sviluppo emotivo, sulla capacità di preoccuparsi per l’altro e sulla possibilità di riparazione, mostra come la maturazione affettiva non consista nell’essere privi di sentimenti aggressivi o distruttivi. Consiste piuttosto nel poter riconoscere che l’amore può convivere con la rabbia, che il desiderio di vicinanza può alternarsi al bisogno di distanza e che una relazione può sopportare sentimenti complessi senza essere necessariamente annientata da essi.
Per Winnicott, la capacità di concern — spesso tradotta come capacità di preoccuparsi per l’altro o di sentirsi coinvolti responsabilmente nella relazione — si sviluppa quando il bambino può cominciare a integrare aspetti affettuosi e aggressivi della propria esperienza. L’altro non è più percepito soltanto come qualcuno che soddisfa o frustra un bisogno, ma come una persona distinta, verso cui possono emergere preoccupazione e desiderio di riparazione. La riparazione non consiste nel cancellare ogni sentimento negativo: consiste nel riconoscere l’effetto delle proprie azioni e nel poter fare qualcosa, quando è possibile, per ristabilire una relazione.
Questa prospettiva ci aiuta a uscire da un ideale impossibile: essere sempre pazienti, generosi, disponibili e privi di ostilità. La maturità emotiva non coincide con la perfezione morale. È piuttosto la possibilità di riconoscere la complessità della propria vita interna, assumersi la responsabilità delle azioni e non trasformare ogni emozione sgradita in una prova di inadeguatezza.
Quando il senso di colpa protegge un’immagine di noi
A volte il senso di colpa compare quando cominciamo a desiderare qualcosa di diverso da ciò che abbiamo sempre fatto. Una persona abituata a essere disponibile può sentirsi egoista quando pone un limite. Chi ha costruito la propria identità intorno al dovere può sentirsi in difetto quando desidera dedicare più tempo a sé. Chi ha sempre cercato di non deludere nessuno può vivere ogni disaccordo come una minaccia alla relazione.
In questi casi, la colpa non riguarda soltanto ciò che abbiamo fatto. Riguarda anche la difficoltà di separarci da un’immagine di noi stessi: quella della persona sempre presente, sempre forte, sempre capace di capire e sostenere gli altri. Modificare questa immagine può farci temere di perdere l’affetto o il riconoscimento di chi ci sta vicino. Possiamo sapere, razionalmente, di avere diritto a una vita più libera e tuttavia sentirci colpevoli quando proviamo a esercitare questa libertà.
Non è necessario concludere che dobbiamo liberarci da ogni dovere o da ogni aspettativa. Le responsabilità e i legami hanno valore. Il punto è distinguere tra ciò che scegliamo perché corrisponde ai nostri valori e ciò che continuiamo a fare soprattutto perché temiamo le conseguenze di una delusione, di un conflitto o di un cambiamento nel modo in cui gli altri ci vedono.
Il senso di colpa può allora essere un segnale da interrogare, non un verdetto da accettare automaticamente. Può indicarci che abbiamo ferito qualcuno, ma anche che stiamo mettendo in discussione una regola interna molto antica. Per comprenderlo, può essere utile chiedersi: se smettessi di essere esattamente la persona che gli altri si aspettano, che cosa temo di perdere?
Il bisogno di sentirsi onnipotenti di fronte all’impotenza
Vorrei soffermarmi su un altro aspetto, particolarmente importante quando ci confrontiamo con una malattia, con il deterioramento delle condizioni di una persona cara o con una situazione che non possiamo controllare. In queste circostanze possiamo sentire il bisogno di fare tutto il possibile, anticipare ogni problema, trovare la soluzione giusta e non lasciare nulla di intentato. È comprensibile: agire ci permette di sentirci meno esposti all’incertezza e alla paura.
Ma talvolta, dietro il bisogno di controllare ogni cosa, si nasconde una difficoltà più profonda: riconoscere la nostra impotenza. Quando una persona che amiamo è malata, possiamo sapere che non dipende tutto da noi e, nello stesso tempo, vivere ogni peggioramento come se avessimo mancato qualcosa. Ci chiediamo se avremmo potuto fare di più, accorgerci prima, scegliere diversamente, trovare un altro medico, essere più presenti. La mente torna continuamente sulle alternative possibili, come se individuare l’errore giusto potesse restituirci il controllo che la realtà ci ha sottratto.
In alcune situazioni, il senso di responsabilità può così diventare un tentativo di contrastare il senso di impotenza. Se tutto dipende da me, allora almeno esiste qualcosa che posso fare; se riesco a individuare una colpa, posso continuare a immaginare che avrei potuto impedire ciò che è accaduto. È doloroso riconoscere di non poter controllare una malattia o fermare il deterioramento di una condizione, ma può essere ancora più difficile accettare che non esista un’azione capace di garantire l’esito desiderato.
In termini psicologici, il sentimento di onnipotenza non va inteso necessariamente come arroganza. Può essere una difesa dalla vulnerabilità: è più tollerabile pensare di aver sbagliato qualcosa che riconoscere di essere esposti a eventi sui quali non abbiamo un potere decisivo. La colpa, in questo senso, può offrire un’illusione dolorosa di controllo. Se sono responsabile di tutto, allora tutto avrebbe potuto essere diverso. La realtà, invece, ci mette di fronte al limite delle nostre possibilità.
Questo non significa rinunciare ad agire o smettere di prendersi cura. Significa distinguere ciò che è nella nostra responsabilità da ciò che non possiamo governare. Possiamo informarci, accompagnare, prendere decisioni ragionevoli, chiedere aiuto e stare accanto a qualcuno. Non possiamo garantire che una cura funzioni, che una persona non peggiori o che la vita segua il percorso che avevamo sperato.
Riconoscere questo limite non equivale a essere indifferenti. Può essere, al contrario, un modo più realistico di prendersi cura: fare ciò che è possibile senza attribuirsi il potere di determinare ciò che non dipende soltanto da noi. La difficoltà consiste nel tollerare che il nostro amore e il nostro impegno possano essere autentici anche quando non riescono a cambiare l’esito.
Comprendere senza cercare una spiegazione unica
Abbiamo visto come il dolore possa essere difficile da attraversare, come un sintomo possa svolgere una funzione e come il senso di colpa possa mescolare responsabilità reale, ideali interiorizzati e tentativi di recuperare un senso di controllo. Ma comprendere una persona non significa ricondurre ogni aspetto della sua sofferenza a una sola causa.
Christopher Bollas ha introdotto l’espressione conosciuto non pensato per descrivere forme di esperienza che hanno contribuito a organizzare il nostro modo di essere prima di diventare oggetto di una riflessione consapevole. Possiamo aver imparato, attraverso le relazioni, che per essere ascoltati dobbiamo stare male, che per essere amati dobbiamo essere sempre disponibili, o che mostrare un bisogno significa esporsi al rifiuto. Non è detto che ricordiamo un episodio preciso o che siamo in grado di raccontare questa regola: può essere diventata un modo abituale di vivere le relazioni.
Il concetto non implica che dietro ogni comportamento ci sia un segreto nascosto da scoprire. Suggerisce piuttosto che una parte della nostra storia può continuare a influenzare il presente senza essere stata ancora pienamente riconosciuta. La psicoterapia può aiutare a rendere queste modalità più visibili, attraverso il racconto, l’osservazione di ciò che si ripete e l’esperienza di una relazione in cui diventa possibile pensare ciò che prima veniva soltanto agito o sopportato.
Il cambiamento non nasce necessariamente da una spiegazione brillante, né dal momento in cui qualcuno ci dice finalmente che cosa ci succede. Può prendere forma quando cominciamo a riconoscere un legame tra ciò che proviamo oggi, le esperienze che abbiamo attraversato e le soluzioni che abbiamo imparato a utilizzare. A quel punto, ciò che sembrava inevitabile può diventare almeno in parte comprensibile, e ciò che era l’unico modo conosciuto di affrontare una difficoltà può lasciare spazio ad altre possibilità.
Conclusione: dal bisogno di eliminare il dolore alla possibilità di attraversarlo
Oggi abbiamo provato a guardare alla sofferenza non soltanto come a qualcosa da eliminare, ma come a un’esperienza che ha una storia e un significato. Non per idealizzare il dolore, né per sostenere che ogni sintomo abbia una ragione nascosta. La sofferenza merita di essere alleviata e, quando necessario, curata. Ma per comprenderla può essere importante non fermarsi alla domanda «come faccio a farla sparire?».
Possiamo chiederci anche che cosa stiamo vivendo, che cosa il sintomo rende possibile o impedisce, quale giudizio rivolgiamo a noi stessi e quali limiti facciamo fatica a riconoscere. A volte soffriamo perché abbiamo perso qualcosa; altre volte perché non riusciamo a essere come pensiamo di dover essere; altre ancora perché continuiamo ad attribuirci una responsabilità che supera le nostre possibilità.
Stare nel dolore non significa rimanere fermi. Significa concedersi il tempo necessario perché l’esperienza possa essere riconosciuta e trasformata, invece di essere soltanto evitata, combattuta o ripetuta nei pensieri. Non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade, e non sempre possiamo cambiarne le conseguenze. Possiamo però, gradualmente, trovare un modo diverso di rapportarci a ciò che abbiamo vissuto.
Nel nostro ultimo incontro vorrei riprendere proprio questa possibilità, affrontando una domanda che attraversa tutto il percorso: come possiamo cambiare senza sentirci costretti a diventare qualcun altro? Non basterà dire che alcune cose restano e altre cambiano. Proveremo a capire che cosa rende possibile riconoscerci nella persona che siamo oggi, anche quando ruoli, legami, capacità e progetti non sono più quelli di un tempo.
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia
- Bion, W. R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Roma: Armando.
- Bollas, C. (1987). L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato. Roma: Borla.
- Freud, S. (1923). L’Io e l’Es. In Opere (vol. 9). Torino: Bollati Boringhieri.
- Ogden, T. H. (1994). Il soggetto dell’analisi. Milano: Raffaello Cortina.
- Winnicott, D. W. (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando.