Quando scegliere il dolore sembra più sicuro che rischiare la felicità
«Ho sempre pensato di non valere abbastanza da essere scelta. Ogni volta che mi innamoro, finisco con uomini che, in un modo o nell’altro, mi fanno sentire invisibile… e io mi aggrappo ancora di più».
Così inizia una seduta con L., una paziente colta, brillante, ma legata da una catena silenziosa al ripetersi di relazioni che finiscono in abbandoni, tradimenti, svalutazioni.
Ciò che più colpisce non è tanto il dolore della perdita, quanto la familiarità con quel dolore. Non è l’amore che L. cerca, ma qualcosa di più antico, più profondo: una scena psichica già scritta, che si ripropone sotto forma di coazione a ripetere. Un legame in cui il soggetto accetta di essere ferito pur di non sperimentare l’angoscia disorganizzante dell’abbandono, del vuoto, dell’inconoscibile.
Da fuori può sembrare inspiegabile. Perché continuare a scegliere chi ferisce? Perché restare anche quando si sa che non si è davvero visti, né rispettati?
Il paradosso – solo apparente – è che a volte la sofferenza è più prevedibile della felicità, e quindi più "sicura". Pertanto è meglio un dolore familiare che un amore incerto, meglio la prevedibilità della delusione che il rischio dell’ignoto.
Coazione a ripetere: il fascino del già noto
L. racconta di aver scoperto che anche il suo attuale compagno la tradisce. Piange, ma non con rabbia: con colpa. «Forse lo sto trascurando», dice. Quando le chiedo se sia anche arrabbiata, tace. Poi sussurra: «Se mi arrabbio, lui se ne va. So come funziona».
Con il procede della relazione terapeutica diveniamo consapevoli che L. è identificata con la bambina che, pur di non perdere l’amore, accetta la violenza come prova di legame. Il dolore è il prezzo da pagare per poter stare vicini.
La coazione a ripetere quindi non è un semplice masochismo o un errore consapevole. È una spinta inconscia a riprodurre un modello relazionale che, pur essendo fonte di sofferenza, ha un vantaggio: è prevedibile. E la prevedibilità, per la psiche, è una forma di sicurezza.
Quando il trauma struttura l’identità relazionale
Freud, già nei suoi primi scritti, aveva intuito che l’essere umano è spinto da forze interne che non sono sempre orientate al piacere o alla realizzazione, ma a volte alla ripetizione di esperienze dolorose. Nella sua celebre riflessione sulla "coazione a ripetere" (Wiederholungszwang, 1920), Freud osserva come i pazienti sembrino rivivere situazioni traumatiche, quasi spinti da un bisogno inconscio di riproporle e riattivarle, anche a costo della propria sofferenza. È come se l’inconscio cercasse di "riparare" qualcosa, mettendo in scena ancora e ancora un copione originario.
In questo scenario, Ferenczi parla della introiezione del trauma come atto di sopravvivenza psichica. Il bambino, impotente di fronte alla violenza affettiva, si identifica con l’aggressore per mantenere un’illusione di controllo e continuità.
André Green, in una linea affine, sviluppa la nozione di “madre morta” come oggetto psichico interiorizzato: una presenza assente, che lascia nel soggetto il vuoto, e lo costringe a ricercare partner che “rappresentano” quel lutto originario.
Nel campo intersoggettivo, Fairbairn ci ricorda che l’essere umano sceglie sempre il legame, anche a costo del Sé: l’oggetto cattivo è preferibile al non-oggetto. In questo senso, la dipendenza affettiva non è un deficit di autonomia, ma il segno di un’autonomia mai potuta nascere perché il legame è stato sin dall’inizio infetto da disconferme.
Bion, con la sua funzione α, apre un altro spiraglio: in assenza di un contenitore psichico capace di trasformare l’angoscia in pensiero, il soggetto agisce ciò che non può rappresentare. Da qui, le relazioni affettive diventano scene agite – non pensate. La coazione a ripetere, in questa chiave, è la messa in atto di una funzione psichica non sviluppata.
Fonagy e il suo concetto di mentalizzazione ci aiutano a comprendere perché queste persone, spesso empatiche verso gli altri, non riescano ad accedere alla rappresentazione coerente del proprio mondo interno. L’altro non è percepito come soggetto separato, ma come specchio rotto di una storia antica.
Jessica Benjamin e J.M. Davies, nella prospettiva relazionale, mostrano che la passività apparente del soggetto dipendente è in realtà una forma paradossale di agency: egli cerca disperatamente di riscrivere il passato attraverso un partner che non cambia, nella speranza di un lieto fine impossibile.
Ogden parlerebbe di “terzo analitico” collassato: un campo dove non è ancora possibile differenziare Sé e Altro, e dove il trauma è presente come atmosfera relazionale, non solo come evento.
l partner buono è troppo buono per restare
Una paziente, parlando di un uomo gentile e stabile che aveva appena lasciato, disse in seduta:
«Tutto perfetto, quasi noioso. Ma c’era qualcosa che non mi tornava… come quando su Too Good To Go trovi un sacchetto pieno di cose apparentemente buone e ti chiedi: perché è rimasto invenduto? Forse era buono, o più probabilmente no, perché alla fine non lo ha preso nessuno. Quindi, alla fine, ti ritrovi a buttare via quello che c'è nel sacchetto».
Sorridiamo entrambe. Ma dietro la battuta c’è un nucleo psichico autentico: per chi ha interiorizzato oggetti primari svalutanti o incoerenti, l’oggetto buono non è semplicemente difficile da accogliere: è inconcepibile.
Non entra nella grammatica affettiva. È troppo buono per essere vero… e quindi troppo rischioso da investire.
Si crea così un paradosso: il partner affidabile genera ansia, non sicurezza. Mentre il partner instabile, svalutante o ambivalente, sembra – almeno all’inizio – più “verosimile”, più familiare, più vicino alla matrice emotiva originaria.
Come direbbe Freud, ciò che non abbiamo lo desideriamo; ciò che abbiamo, spesso, lo svalutiamo. Ma nella dipendenza affettiva e nei legami traumatici questa dinamica non è un capriccio, bensì un’eredità affettiva: un modo antico di difendersi dal rischio di un dolore più grande – quello di fidarsi davvero.
Uscire dal campo dell’illusione
Il percorso analitico non si limita a spiegare perché ci leghiamo a chi ci fa male.
Propone qualcosa di più audace: rendere possibile l’elaborazione del lutto dell’oggetto traumatico.
Slegare non significa soltanto liberarsi, ma riconoscere che la dipendenza è stata la miglior strategia disponibile in un campo impoverito.
Solo attraverso un’esperienza diversa in terapia, il paziente può sentire che può esserci un altro modo di stare nella relazione. Come avviene questo? Il terapeuta entra in risonanza con quel legame disfunzionale senza però replicarlo.
In questo spazio terzo, qualcosa può finalmente accadere: non un lieto fine, ma l’inizio di una narrazione altra. Una che non ha bisogno di farsi male per sapere di esistere.
dott.ssa Andrea Budicin
Riferimenti utili per chi vuole approfondire
- Freud, S. (1920). Al di là del principio di piacere
- Ferenczi, S. (1933). Diari clinici
- Green, A. (1983). Il complesso di intrusione-rifiuto
- Bion, W. R. (1962). Apprendere dall’esperienza
- Fairbairn, W. R. D. (1952). Psychoanalytic Studies of the Personality
- Fonagy, P., Target, M. (2001). Psicoanalisi e mentalizzazione
- Benjamin, J. (1995). Legami d’amore
- Davies, J. M. (1998). Love in the Afternoon, Psychoanalytic Dialogues
- Ogden, T. H. (2004). On holding and containing, being and dreaming, Int. J. Psycho-Anal.
- Tuckett, D. (2005). Does anything go? Towards a framework for the comparability of psychoanalytic concepts, Int. J. Psycho-Anal.