Introduzione: oltre il linguaggio comune
Il termine gaslighting è oggi di uso comune per descrivere situazioni relazionali in cui una persona induce l’altra a dubitare della propria percezione della realtà. È diventato un’etichetta trasversale per indicare ogni forma di manipolazione psicologica nelle relazioni intime. Tuttavia, la sua diffusione mediatica rischia di appiattirne la complessità dinamica, riducendo un’intera costellazione di fenomeni psichici a una diagnosi relazionale quasi moralistica.
In questo articolo, esamineremo il gaslighting da una prospettiva psicoanalitica, analizzandone le dinamiche inconsce, i nuclei narcisistici sottostanti e il legame con il bisogno di controllo. Un’indagine che ci porterà da Freud fino ai modelli intersoggettivi contemporanei.
Gaslighting: una definizione clinico-psicodinamica
In un'ottica psicoanalitica potremmo affermare che il gaslighting non si limita alla semplice menzogna: è un meccanismo relazionale manipolativo in cui l'altro viene sistematicamente portato a dubitare dei propri ricordi, pensieri, emozioni. Si tratta di una forma di violenza psicologica sottile, in cui l’identità e la realtà interna del soggetto vengono invalidati o riscritti da un’altra persona.
C’è il tentativo costante di alterare la realtà condivisa per affermare un senso di controllo e potere.
Il bisogno di controllo e la negazione dell’alterità: un punto di vista freudiano
Già in Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921), Freud analizza le dinamiche in cui l’individuo sacrifica una parte della propria autonomia psichica per conformarsi a un’autorità percepita come fonte di verità. Sebbene Freud non abbia mai parlato esplicitamente di gaslighting, il suo pensiero offre chiavi di lettura fondamentali.
Il bisogno di controllo può essere letto, in questa prospettiva, come una difesa contro l’angoscia generata dall’alterità: l’altro, in quanto autonomo e imprevedibile, rappresenta una minaccia alla coesione narcisistica dell’Io. Per proteggersi, il soggetto può tentare di neutralizzare l’altro, riducendolo a un’estensione della propria volontà.
Il gaslighting, dunque, può essere visto come una modalità per negare simbolicamente la separatezza psichica dell’altro, attraverso un controllo della realtà condivisa. L’altro non è più soggetto, ma oggetto della rappresentazione interna del soggetto.
Prospettive psicoanalitiche contemporanee: narcisismo e relazioni oggettuali
Nella teoria delle relazioni oggettuali, autori come Kernberg (1975) e Fairbairn (1952) hanno descritto i meccanismi attraverso cui il soggetto interiorizza oggetti relazionali per costruire un senso stabile di Sé. Quando questo processo fallisce – come accade in molte strutture narcisistiche – l’altro viene vissuto come una minaccia all’integrità dell’Io e deve essere controllato, idealizzato o svalutato.
Secondo la prospettiva di Kernberg, il gaslighting può essere interpretato come una manifestazione del narcisismo maligno: una modalità relazionale in cui l’altro viene attivamente manipolato per preservare l’autostima fragile del soggetto. Secondo il punto di vista di Kohut, invece, pur con un’accezione più empatica, sottolinea come alcuni soggetti narcisisti abbiano bisogno che l’altro confermi costantemente la loro identità; qualunque segno di autonomia dell’altro diventa allora intollerabile.
Come osserva la McWilliams (2011), nei disturbi di personalità narcisistica o borderline, il senso di realtà può diventare instabile proprio per effetto della pressione relazionale e della confusione tra Sé e oggetto. In questi casi, l’altro viene inconsciamente utilizzato per regolare l’autostima, e ogni segnale di autonomia può essere vissuto come un attacco, innescando risposte manipolative.
In linea con questo, anche Dimaggio e Semerari (2003) hanno messo in evidenza come i disturbi della metacognizione – cioè la difficoltà nel comprendere e rappresentare i propri stati mentali e quelli altrui – siano spesso alla base di modalità relazionali disfunzionali, come il gaslighting. Quando la capacità di mentalizzare è compromessa, l’altro non è più riconosciuto come portatore di una mente autonoma, ma viene manipolato o frainteso secondo logiche egocentrate e difensive.
Infine, nelle teorie dell’intersoggettività – da Jessica Benjamin a Fonagy e Target – il gaslighting può essere interpretato come un fallimento della regolazione affettiva e della mentalizzazione: il soggetto non riesce a riconoscere l’altro come mente separata, con pensieri e vissuti propri, e tenta quindi di imporre una realtà univoca che protegga il proprio equilibrio interno.
Clinica del gaslighting: una vignetta
G. ha 36 anni inizia la terapia dopo la fine di una lunga relazione caratterizzata da sentimenti di confusione, colpa e autosvalutazione. Durante le sedute, emerge che il partner la accusava costantemente di “fraintendere tutto”, “esagerare”, “essere troppo sensibile”. Ogni sua emozione veniva invalidata e reinterpretata secondo la logica dell’altro. Dopo anni, G. si ritrovava incapace di distinguere ciò che sentiva davvero da ciò che “doveva” sentire.
In analisi, ciò che emerge non è solo la sofferenza affettiva, ma la perdita della funzione riflessiva interna. Le sedute allora diventano il luogo in cui riemerge la possibilità di dare significato alla propria esperienza, riattivando lentamente la capacità di distinguere tra Sé e oggetto, tra interno ed esterno.
La clinica del gaslighting richiede un approccio altamente contenitivo e al tempo stesso interpretativo, in cui il terapeuta deve rappresentare l’esistenza di una terza posizione: quella che accoglie il punto di vista del paziente, ma anche lo struttura simbolicamente. È qui che si gioca la possibilità di una riparazione, dando spazio e forma a qualcosa che prima non ne aveva.
Gaslighting e cultura contemporanea: quando la manipolazione è dentro di noi
Oggi si parla spesso di gaslighting come di una manipolazione subita da parte di un altro: qualcuno che distorce la realtà, che ci fa dubitare delle nostre emozioni, dei nostri pensieri, della nostra memoria. Ma se spostiamo leggermente lo sguardo, possiamo chiederci: succede mai che siamo noi stessi a non voler vedere o addirittura distorcere quello che proviamo davvero?
Nella cultura attuale, dove si coltiva un ideale di autenticità “perfetta” e dove si è costantemente esposti agli sguardi altrui (soprattutto attraverso i social), può diventare difficile tollerare ciò che è fragile, imperfetto, scomodo. Così, anche senza accorgercene, iniziamo a filtrare la nostra esperienza interiore, a non dare spazio a emozioni come la tristezza, il disagio, la rabbia o la stanchezza — perché ci sembrano “sbagliate”, o perché non si accordano con l’immagine che vogliamo offrire agli altri, o che vogliamo conservare di noi stessi.
In questo senso, potremmo dire che facciamo gaslighting a noi stessi: come una sorta di auto-distorsione della realtà psichica. Evitiamo di ascoltare certi segnali interni, riformuliamo quello che sentiamo per renderlo più accettabile, ci raccontiamo una versione attenuata della nostra verità emotiva. Lo facciamo per adattarci, per proteggerci, per non risultare “di troppo” agli occhi degli altri — e talvolta anche ai nostri.
Questa forma di auto-inganno forse nasce da un sistema culturale che spesso non lascia spazio alla vulnerabilità. Il bisogno di controllo, in questo contesto, non si esercita solo sugli altri, ma anche su noi stessi: controlliamo cosa si può dire, cosa si può sentire, cosa si può essere.
Così, la manipolazione della realtà non è più solo qualcosa che “ci viene fatto”, ma qualcosa che interiorizziamo e agiamo nel nostro dialogo interno quotidiano. E, forse, il primo passo per uscirne è proprio questo: riconoscere ciò che stiamo evitando di sentire.
Conclusione – Riconoscere per tornare a sentire
Riconoscere il gaslighting — nelle relazioni intime, nella propria storia, nella cultura che abitiamo — è un atto psichico e politico al tempo stesso. È un gesto di verità, che interrompe la spirale dell’occultamento delle nostre emozioni e restituisce dignità all’esperienza soggettiva. Significa tornare ad abitare la propria mente, a fidarsi del proprio sentire, e a riconoscersi come soggetto — anche quando ciò che si sente è scomodo, doloroso, imperfetto.
Nel lavoro clinico, affrontare le ferite da gaslighting implica ricostruire un senso di realtà interna, aiutare la persona a distinguere ciò che le appartiene da ciò che è stato imposto, a dare nome e forma a emozioni negate. È un processo delicato, che richiede tempo, contenimento e un ascolto profondo delle difese — perché proprio quelle difese, un tempo, sono state essenziali per sopravvivere.
Ma questa consapevolezza non riguarda solo la terapia. Interrogarci su quanto spazio diamo alla mente dell’altro — e alla nostra — è anche un compito culturale. Viviamo in un mondo che ci chiede spesso di “funzionare” piuttosto che di sentire, di apparire più che di essere. In questo contesto, accettare le parti ruvide, contraddittorie, meno presentabili della nostra soggettività — e di quella dell’altro — è un atto profondamente umano.
A volte le parti che disturbano, che ci fanno sentire vulnerabili, non vengono accolte non per cattiveria, ma perché sono faticose da sostenere. Anche in noi stessi. È difficile fare spazio alla tristezza, alla rabbia, alla stanchezza, all’errore. Ma è proprio da lì che si ricomincia a pensare, a sentire, a essere. Riconoscere queste fatiche, dentro e fuori di noi, è forse il primo passo verso una relazione più autentica con la realtà — e con l’altro come soggetto.
In questo senso, il gaslighting non è solo una dinamica da smascherare. È anche un invito: a riappropriarsi della propria esperienza emotiva, a sostare nell’incertezza senza negarla, e a costruire relazioni in cui la verità psichica — anche se imperfetta — possa avere diritto di cittadinanza.
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia:
- Freud, S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell’Io.
- Kernberg, O. (1975). Borderline Conditions and Pathological Narcissism.
- Kohut, H. (1971). The Analysis of the Self.
- Fairbairn, W. R. D. (1952). Psychoanalytic Studies of the Personality.
- Benjamin, J. (1988). The Bonds of Love: Psychoanalysis, Feminism, and the Problem of Domination.
- Fonagy, P., Gergely, G., Jurist, E. L., & Target, M. (2002). Affect Regulation, Mentalization, and the Development of the Self.
- Stern, D. N. (2004). Il momento presente in psicoterapia.
- Dimaggio, G., & Semerari, A. (2003). Disturbi di personalità: modelli e trattamento.
- McWilliams, N. (2011). La diagnosi psicodinamica.