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Guardare gli altri e sentirsi incompleti.

Il confronto, il desiderio e l’immagine di chi vorremmo essere.
13 agosto 2026 di
Andrea Budicin


Ci sono persone che incontriamo e che, senza aver fatto nulla di particolare, riescono a farci sentire improvvisamente incompleti.

Può bastare una fotografia, una conversazione, una notizia ricevuta per caso. Una persona della nostra età che ha avuto un figlio. Un’amica che si è sposata. Un collega che ha raggiunto una posizione professionale che desideravamo. Qualcuno che sembra avere una relazione stabile, una casa, un corpo che sentiamo lontano dal nostro, una sicurezza che in questo momento ci manca.

Fino a quel momento stavamo semplicemente vivendo la nostra vita. Poi compare l’altro e, quasi senza accorgercene, cominciamo a guardare la nostra attraverso la sua.

Lei è già lì. Io invece no. Alla mia età dovrei essere più avanti. Come mai per lei sembra tutto così semplice?

Non sempre queste frasi arrivano alla coscienza in modo così netto. A volte si presentano soltanto come una sensazione: un’inquietudine, un senso di insufficienza, una tristezza improvvisa. A volte il confronto produce irritazione o svalutazione dell’altro. Altre volte prende la forma di una spinta incessante a fare di più, raggiungere di più, cambiare di più.

È interessante che, in questi momenti, l’altro sembri avere un potere così grande sulla percezione che abbiamo di noi stessi. Non è detto, infatti, che quella persona sia realmente “più avanti” di noi. Non conosciamo la sua storia interiore, le sue paure, le rinunce, le difficoltà, le parti della sua vita che non vediamo. Conosciamo soltanto ciò che ci arriva. Eppure può essere sufficiente.

Questo accade perché il confronto raramente mette in relazione due vite nella loro complessità. Mette piuttosto in relazione la nostra esperienza interna con un’immagine dell’altro. Noi conosciamo tutto ciò che in noi, anche ciò che è incerto. Dell’altro vediamo soprattutto ciò che appare. Ed è una comparazione inevitabilmente impari.

A volte non soffriamo perché l’altro possiede qualcosa che desideriamo. Soffriamo perché la sua presenza rende improvvisamente visibile una versione di noi stessi che non siamo ancora riusciti a raggiungere. L’altro, allora, diventa uno specchio. Non ci mostra semplicemente ciò che non abbiamo. Ci mostra ciò che pensiamo che dovremmo essere.

Ed è forse questa la ragione per cui alcuni confronti ci toccano così profondamente e altri ci lasciano completamente indifferenti. Non dipende soltanto da ciò che l’altro possiede, ma da ciò che quella persona va a rappresentare dentro di noi.

Una possibilità. Un traguardo. Un’immagine. A volte persino una promessa. La promessa che, se riuscissimo finalmente a diventare come quella persona, qualcosa dentro di noi potrebbe trovare pace.


Il confronto non nasce sempre dal desiderio di avere ciò che ha l’altro

Siamo abituati a pensare al confronto in termini abbastanza semplici: guardo qualcuno che ha qualcosa che desidero e vorrei averlo anch’io. Ma potrebbe essere più complesso di così.

Possiamo guardare una persona e non desiderare affatto la sua vita nel suo insieme. Possiamo non voler avere il suo lavoro, il suo compagno, la sua casa, i suoi figli, il suo modo di vivere. E tuttavia quella persona può suscitare in noi una reazione molto intensa. Perché forse non desideriamo ciò che ha. Desideriamo ciò che immaginiamo che quella condizione dica di lei.

La maternità, per esempio, può rappresentare l’idea di essere arrivati a una certa fase della vita; una carriera può rappresentare il sentirsi capaci e riconosciuti; una relazione può rappresentare l’essere scelti; un corpo può rappresentare il sentirsi desiderabili; una casa può rappresentare stabilità; una certa libertà può rappresentare l’idea di non avere più paura.

Il confronto, allora, non è necessariamente tra due oggetti. È tra due significati. Da una parte c’è ciò che vediamo nell’altro; dall’altra ciò che quel qualcosa significa per noi.

Per questo una persona può essere profondamente turbata dall’immagine di una coetanea che aspetta un figlio senza desiderare, in quel momento, di avere esattamente la sua vita. Quello che viene toccato può essere qualcosa di molto più intimo: io dove sono rispetto alla mia idea di maternità?quanto tempo ho ancora?perché non mi è ancora accaduto?c’è qualcosa che non va in me?

Lo stesso può accadere a chi incontra un coetaneo professionalmente affermato. Il dolore potrebbe non riguardare realmente il lavoro dell’altro. Potrebbe riguardare la sensazione di essere rimasti indietro rispetto alla persona che si pensava di diventare.

Questo è un passaggio importante, perché ci permette di distinguere il desiderio dall’inadeguatezza.

Desiderare qualcosa che vediamo nell’altro può essere vitale. Può aiutarci a riconoscere un bisogno che non avevamo ancora ascoltato. Può persino aprire una strada. Ma quando il desiderio viene immediatamente tradotto in un giudizio su di sé, qualcosa cambia.

Vorrei avere una relazione come quella diventa non sono capace di costruire una relazioneVorrei avere quella sicurezza diventa sono una persona insicuraVorrei avere un figlio diventa sono indietro rispetto alle altre donne. Vorrei avere quel successo diventa nella mia vita ho combinato poco.

Il desiderio perde così la sua funzione orientativa e diventa una misura del valore personale. Ed è qui che anche l’invidia può assumere una forma particolare. Non è soltanto il desiderio di possedere ciò che l’altro possiede. Può contenere il dolore di trovarsi davanti a qualcuno che sembra incarnare una possibilità che noi sentiamo di non avere, o di avere perduto, o di non poter più raggiungere.

L’altro diventa allora difficile da guardare proprio perché ci mostra qualcosa che desideriamo e, nello stesso tempo, ci mette in contatto con ciò che sentiamo di non essere. Il confronto non serve più a capire dove vogliamo andare. Comincia a dirci quanto siamo lontani da ciò che vorremmo essere.

E allora la domanda non è più soltanto: che cosa desidero?

Diventa: perché io non sono ancora lì?


Il confronto come rapporto con un ideale

Forse, allora, la domanda non è soltanto: perché mi confronto continuamente con gli altri? Potremmo formularla diversamente: con quale immagine di me sto confrontando la persona che sono oggi?

Perché dietro molti confronti esiste un’immagine. A volte è molto precisa. Ha un’età, una relazione, un lavoro, una famiglia, un corpo, un certo modo di stare nel mondo. Altre volte è molto più sfumata: è semplicemente l’idea di essere una persona più sicura, più desiderabile, più realizzata, più tranquilla, più adulta.

Non sappiamo sempre da dove provenga questa immagine. Può essere stata costruita nel tempo attraverso aspettative familiari, identificazioni, esperienze affettive, successi e fallimenti, modelli culturali. Può essersi modificata con l’età. Può essere diventata così familiare da sembrare una parte naturale di noi.

Eppure, quando questa immagine diventa troppo rigida, rischia di trasformarsi in una sorta di metro interno. Ogni esperienza viene allora valutata in relazione a quel metro.

Quanto sono vicino? Quanto sono lontano? Quanto mi manca? Perché non ci sono ancora arrivato?

Il problema non è avere un ideale. Gli ideali fanno parte della vita psichica e possono avere una funzione importante. Ci permettono di immaginare il futuro, di desiderare, di costruire, di aspirare a qualcosa che ancora non esiste. Senza una qualche rappresentazione di ciò che vorremmo diventare, sarebbe difficile anche trasformarci.

La difficoltà nasce quando l’ideale smette di essere una direzione e diventa un criterio con cui giudicare continuamente se stessi. Quando non ci dice più soltanto potresti andare verso qualcosa, ma comincia a farci sentire che, finché non ci siamo arrivati, manca qualcosa di essenziale. A quel punto ogni incontro con una persona che sembra più vicina a quell’immagine può riattivare la ferita. Ed è qui che può comparire la vergogna.

La vergogna ha infatti una qualità particolare: non dice semplicemente non possiedo qualcosa, ma c’è qualcosa di sbagliato in me perché non lo possiedo. E, diversamente dal senso di colpa, che riguarda soprattutto il rapporto con ciò che abbiamo fatto o con ciò che sentiamo di aver fatto, la vergogna porta con sé lo sguardo dell’altro: come appaio?come vengo visto?che cosa penseranno di me se si accorgono che non sono quello che dovrei essere?

Nel confronto, questo sguardo può diventare interno. Non abbiamo più bisogno che qualcuno ci giudichi apertamente. Possiamo anticipare da soli quello sguardo e sentirci esposti davanti a un ideale che sembra appartenere agli altri quanto a noi. Per questo alcune persone, dopo aver incontrato qualcuno che percepiscono come “più avanti”, sentono il bisogno di recuperare immediatamente. Devono fare. Devono raggiungere. Devono cambiare. Devono diventare. Come se la distanza dall’altro fosse diventata una distanza da colmare prima possibile.

Ma prima ancora di chiederci come interrompere questo movimento, possiamo fermarci a osservare che cosa lo alimenta. Perché dietro vorrei essere come lei potrebbe esserci vorrei sentirmi desiderabile. Dietro vorrei avere la sua vita potrebbe esserci vorrei sentirmi al sicuro. Dietro sono indietro rispetto agli altri potrebbe esserci una domanda ancora più dolorosa: Quando ho cominciato a pensare che la mia vita dovesse avere una determinata forma per poter essere considerata una buona vita?

Questa domanda ci porta dal confronto con l’altro alla storia del proprio ideale. E spesso è proprio lì che il lavoro analitico può diventare interessante: nel comprendere che cosa rende alcuni confronti così carichi di desiderio, vergogna e sofferenza.


Quando l’altro diventa uno specchio

Immaginiamo una donna di poco più di trent’anni. Da tempo sente di essere in una fase di passaggio. La sua vita non è ferma: lavora, ha relazioni significative, coltiva interessi, prende decisioni. Non potrebbe dire di essere insoddisfatta di tutto ciò che ha costruito. Eppure sente di essere “in ritardo”.

All’inizio non sa spiegare bene rispetto a che cosa. Poi, durante un colloquio, racconta di aver incontrato una conoscente della sua stessa età. Parlano, si raccontano cosa è successo negli ultimi anni. L’altra donna ha avuto un figlio e, mentre ascolta il suo racconto, qualcosa cambia. La paziente comincia a sentirsi a disagio. Non dice semplicemente: anch’io vorrei avere un figlio. Dice: lei è riuscita ad arrivare a questo punto e io no.

La differenza è significativa. Il desiderio di maternità c’era già, probabilmente. Ma l’incontro con quella donna lo ha trasformato in qualcos’altro: in una misura temporale, in un giudizio, quasi in una classifica.

Nei giorni successivi comincia a pensare sempre più spesso alla propria età. Guarda le altre donne. Nota chi ha figli e chi non ne ha. Osserva le coppie. Si interroga sulle scelte fatte negli anni precedenti. Alcune decisioni che fino a quel momento aveva sentito come proprie cominciano improvvisamente a sembrarle errori.

Il punto non è più soltanto: voglio diventare madre? Il punto diventa: perché io non sono ancora diventata la donna che pensavo avrei dovuto essere a questa età?

La conoscente, in questo senso, è diventata uno specchio. Ma uno specchio particolare: non restituisce un’immagine fedele della persona che lo guarda. Restituisce un’immagine costruita dal desiderio, dalla paura e dalla storia personale. La paziente non sta realmente confrontando la propria vita con quella dell’altra donna. Sta confrontando la propria vita con un’immagine di come avrebbe dovuto essere la propria vita.

Ed è qui che il confronto acquista tutta la sua forza. Perché quell’altra donna non può essere semplicemente “ignorata”. Ha toccato qualcosa. Ha reso visibile una possibilità desiderata, ma anche una perdita. Ha riattivato una domanda sul tempo. Ha fatto emergere fantasie sulla maternità, sul corpo, sulla coppia, sulla propria capacità di scegliere. E, soprattutto, ha riaperto il dubbio che spesso accompagna il confronto: E se avessi sbagliato tutto?

Nel lavoro analitico diventa allora importante comprendere perché proprio quella persona, proprio quella situazione e proprio quel momento della vita abbiano assunto un significato così potente.  Sarebbe bene chiedersi: Che cosa rappresenta quella donna? Che cosa viene desiderato attraverso di lei? Che cosa viene temuto? E soprattutto: quale immagine di sé è comparsa improvvisamente nello spazio tra le due?

È possibile che, nel corso del lavoro, emerga che il dolore non nasce soltanto dalla paura di non avere un figlio. Potrebbe riguardare il timore di essere rimasta indietro, il bisogno di sentirsi scelta, una difficoltà a tollerare l’incertezza, oppure una rappresentazione molto antica secondo cui esiste un momento giusto entro cui diventare ciò che si deve essere.

Il confronto, allora, non è più un episodio da eliminare. Diventa una porta d'accesso. Ci conduce verso qualcosa che prima rimaneva sullo sfondo: il modo in cui una persona ha imparato a misurare se stessa, il valore che attribuisce alle proprie scelte, il rapporto che intrattiene con il tempo e con il desiderio, la severità con cui giudica ciò che non è ancora riuscita a diventare.

E forse è proprio questo che rende il confronto così difficile da abbandonare. Perché non ci confrontiamo soltanto con gli altri. Ci confrontiamo con la persona che, attraverso gli altri, continuiamo a sperare di poter diventare.

Ma da dove viene questa persona ideale? Perché ha tanto potere su di noi? E quando un’immagine che dovrebbe orientarci finisce invece per farci sentire costantemente insufficienti?


Quando l’ideale smette di orientare e comincia a perseguitare

Se nella parte precedente abbiamo provato a comprendere perché alcune persone diventino per noi degli specchi così potenti, la psicoanalisi permette di fare un passo ulteriore: chiederci che cosa ci sia, dentro di noi, che quello specchio continua a misurare.

Freud affronta questo tema già nel 1914, nel saggio Introduzione al narcisismo, quando introduce il concetto di ideale dell’Io. L’ideale nasce anche come risposta alla perdita di quella condizione infantile nella quale il bambino può sentirsi, almeno inizialmente, al centro dell’amore e dell’investimento dei propri genitori. Con la crescita, quella perfezione non può più essere mantenuta come esperienza immediata di sé e viene proiettata in avanti, trasformandosi in un’immagine alla quale il soggetto può tendere. Freud osserva come ciò che viene posto davanti a sé come ideale possa diventare una sostituzione del narcisismo perduto dell’infanzia.

È un passaggio fondamentale per comprendere il confronto. Perché l’ideale, in sé, non è il problema. Abbiamo bisogno di immagini di ciò che vorremmo diventare. Abbiamo bisogno di poter immaginare un futuro diverso dal presente, di desiderare, di aspirare, di trasformarci. Un ideale può persino proteggerci dalla sensazione di essere completamente immobili.

La difficoltà compare quando tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere si crea una distanza che non riusciamo più ad abitare. L’ideale allora non indica più una direzione. Diventa una misura. E ogni volta che incontriamo qualcuno che sembra più vicino a quella misura, il confronto riapre la distanza.

È possibile che, senza rendercene conto, continuiamo per anni a cercare una condizione nella quale finalmente poter dire: adesso sono arrivato. Adesso ho il corpo giusto, la relazione giusta, il lavoro giusto, la famiglia giusta, la sicurezza che mi mancava. Adesso posso smettere di sentirmi in difetto.

Ma quella condizione rischia di spostarsi continuamente in avanti. Perché l’ideale non è una persona reale. È una costruzione psichica. E una costruzione psichica può continuare a diventare più esigente proprio mentre noi ci avviciniamo ad essa.

È così che può nascere una forma particolare di insoddisfazione: non quella di chi non ha ottenuto nulla, ma quella di chi non riesce a sentire come sufficiente ciò che ha ottenuto, perché ogni conquista viene immediatamente confrontata con una versione ancora più compiuta di sé.

Il confronto con gli altri, in questo senso, può diventare uno dei modi attraverso cui l’ideale continua a esercitare il proprio potere.


Quando per essere se stessi bisogna diventare qualcun altro

Qui il pensiero di Winnicott permette di complicare ulteriormente la questione. Nel suo lavoro sul vero e falso Sé, Winnicott descrive come il soggetto possa sviluppare modalità di adattamento alle richieste dell’ambiente fino a costruire una modalità di essere che, pur funzionando nel mondo, rischia di allontanarlo dalla propria esperienza più spontanea. Il falso Sé, nella sua forma patologica, ha proprio la funzione di proteggere il vero Sé attraverso la compiacenza e l’adattamento alle richieste ambientali.

Non significa, naturalmente, che ogni tentativo di adattarsi alle aspettative degli altri sia patologico. Vivere significa anche imparare a stare nelle relazioni, rispettare dei limiti, assumere ruoli, rinunciare a qualcosa. Il problema nasce quando l’adattamento diventa così pervasivo che la persona non riesce più a distinguere ciò che desidera da ciò che sente di dover essere.

Ed è qui che il confronto può diventare particolarmente insidioso. Potremmo non stare cercando soltanto di ottenere qualcosa. Potremmo stare cercando di diventare una persona che finalmente corrisponda alle aspettative che abbiamo interiorizzato.

La persona più sicura. Quella che non ha paura. Quella che sa sempre cosa vuole. Quella che costruisce una famiglia nei tempi giusti. Quella che raggiunge un certo successo. Quella che non ha bisogno degli altri. Quella che sa stare sola. Quella che non sbaglia.

A volte il confronto con gli altri serve proprio a verificare quanto siamo vicini a questa immagine. E può accadere qualcosa di paradossale: più cerchiamo di diventare quella persona, più ci allontaniamo dall’esperienza reale di noi stessi.

Perché la domanda non è più che cosa sto vivendo?, ma come dovrei vivere per essere la persona che vorrei essere?

La vita viene allora osservata dall’esterno. Ci guardiamo mentre viviamo. Valutiamo le nostre emozioni, le nostre scelte, le nostre relazioni. Ci chiediamo continuamente se stiamo facendo abbastanza, se stiamo procedendo nella direzione giusta, se siamo diventati abbastanza adulti, abbastanza sicuri, abbastanza desiderabili.

È una forma di sorveglianza interna che può diventare estenuante. E forse una parte della sofferenza legata al confronto nasce proprio da qui: dal fatto che non siamo più semplicemente dentro la nostra vita, ma ci troviamo continuamente a osservarla attraverso gli occhi di un ideale.


L’altro come promessa di trasformazione

A questo punto possiamo tornare alla domanda da cui siamo partiti: perché alcune persone hanno il potere di farci sentire così tanto?

Christopher Bollas, nel suo lavoro sull’oggetto idea particolarmente interessante. L’oggetto, nelle prime esperienze del bambino, non viene vissuto soltanto come qualcosa o qualcuno che possiede determinate caratteristiche, ma anche come un processo capace di modificare lo stato del Sé. Bollas parla dell’oggetto trasformativo proprio per indicare questa esperienza precoce dell’oggetto come fonte di trasformazione psichica e somatica.

Questa prospettiva permette di comprendere qualcosa anche del nostro rapporto adulto con gli altri. A volte alcune persone ci attraggono non soltanto per quello che sono, ma per quello che immaginiamo di poter diventare attraverso di loro.

Una persona molto sicura può farci desiderare di sentirci finalmente sicuri. Una persona che sembra vivere liberamente può rappresentare la possibilità di una vita meno vincolata. Una persona che ha realizzato qualcosa che desideriamo può diventare il segno che quella trasformazione, almeno per noi, sarebbe possibile.

Per questo il confronto può contenere insieme ammirazione, desiderio, invidia e sofferenza. L’altro non è soltanto qualcuno che possiede ciò che noi non abbiamo. Può essere diventato il portatore di una trasformazione che desideriamo per noi stessi.

Questo aiuta anche a comprendere perché, talvolta, il confronto sia così difficile da abbandonare. Non stiamo semplicemente guardando una persona. Stiamo guardando una possibilità di trasformazione.

E forse è proprio per questo che alcune persone ci sembrano così “avanti”: non perché lo siano oggettivamente, ma perché sono arrivate in un punto che per noi rappresenta qualcosa.

La loro vita sembra contenere una risposta alla nostra domanda. Il rischio è allora quello di confondere la persona con ciò che rappresenta. Non desideriamo più soltanto essere noi stessi in un modo diverso. Cominciamo a desiderare di essere come l’altro.

Ma la trasformazione psichica non consiste nel diventare qualcun altro. Consiste nel poter riconoscere ciò che, guardando l’altro, abbiamo scoperto di desiderare.


Quando il confronto entra nella relazione

È proprio qui che il tema diventa particolarmente delicato nella relazione analitica. Anche l’analista può essere investito di immagini ideali. Può apparire come qualcuno che ha trovato risposte, che sa ascoltare, che comprende, che possiede una sicurezza che il paziente sente di non avere. E può accadere che il paziente si confronti con lui o con lei, idealizzandolo, svalutandosi oppure oscillando tra ammirazione e invidia.

Questo non è necessariamente un ostacolo al lavoro analitico. Può diventare, al contrario, materiale prezioso. Perché nella relazione analitica il confronto può essere osservato mentre accade. Può essere raccontato, sentito, messo in parole. Si può comprendere che cosa viene attribuito all’altro e che cosa, invece, appartiene alla propria storia.

Il paziente può scoprire, per esempio, che ciò che ammira nell’analista non coincide esattamente con ciò che vorrebbe essere. Può scoprire che dietro l’ammirazione c’è un desiderio di sentirsi visto, dietro l’invidia il dolore di una possibilità percepita come lontana, dietro la svalutazione la necessità di proteggersi dalla propria inferiorità.

La relazione diventa allora uno spazio nel quale l’altro non deve più essere trasformato né in un modello da imitare né in un rivale da superare. Può tornare a essere un altro. E questa può essere una conquista psichica importante: poter riconoscere nell’altro qualcosa che desideriamo senza dover cancellare noi stessi davanti a quel desiderio.

Jessica Benjamin, nel suo lavoro sulla relazione tra soggetti, ha mostrato quanto sia complesso il passaggio da una posizione in cui l’altro viene vissuto principalmente in funzione dei nostri bisogni e delle nostre proiezioni a una relazione nella quale entrambi possono essere riconosciuti come soggetti distinti. La tensione tra riconoscimento e dominio è centrale nel suo pensiero e permette di leggere anche il confronto sotto una luce diversa: l’altro non è soltanto qualcuno che ci conferma o ci smentisce, ma una soggettività separata dalla nostra. Benjamin sviluppa questi temi in particolare in Legami d’amore.

Forse è proprio questo che il confronto ci impedisce temporaneamente di vedere. Quando guardiamo l’altro come misura di noi stessi, l’altro smette di essere davvero un altro. Diventa uno specchio. E quando lo specchio perde il suo potere, possiamo finalmente tornare a guardare.


Vivere senza avere già la risposta

C’è un’immagine letteraria che può accompagnare questo passaggio.

Nella quarta delle Lettere a un giovane poeta, Rainer Maria Rilke invita Franz Xaver Kappus ad avere pazienza verso ciò che ancora non è risolto dentro di lui e a non cercare immediatamente una risposta alle domande che la vita gli pone. L’invito a “vivere le domande” è particolarmente vicino al tema che stiamo attraversando. 

Non abbiamo sempre bisogno di sapere chi diventeremo. Non abbiamo nemmeno bisogno di risolvere immediatamente la distanza tra ciò che siamo e ciò che desideriamo essere. Possiamo imparare a stare dentro alcune domande senza trasformarle in un verdetto.

Voglio davvero questa vita? Oppure voglio ciò che penso che questa vita significhi? Sto desiderando qualcosa o sto cercando di dimostrare a me stesso di essere abbastanza? Questa immagine di me mi appartiene davvero?

Sono domande che non chiedono necessariamente una risposta immediata. Chiedono, prima di tutto, di poter essere ascoltate. Ed è forse qui che il confronto può trasformarsi. Non smettiamo necessariamente di guardare gli altri. Non smettiamo di desiderare. Non smettiamo neppure di avere ideali. Cominciamo però a distinguere il desiderio dall’obbligo, l’aspirazione dal giudizio, l’altro dall’immagine che abbiamo costruito di lui.

E, soprattutto, possiamo iniziare a chiederci se quella persona che continuiamo a inseguire — quella versione più sicura, più realizzata, più compiuta, più avanti — sia davvero qualcuno che vogliamo diventare oppure un’immagine che abbiamo imparato a considerare necessaria per sentirci finalmente a posto. Forse la libertà non consiste nel raggiungere quell’immagine. Forse consiste nel poterla guardare e domandarsi, per la prima volta, se ci appartiene davvero.


Non diventare finalmente qualcun altro

Accettare di non essere tutto ciò che avremmo potuto essere non significa rinunciare a desiderare. E non significa nemmeno smettere di cambiare. Significa poter riconoscere che la nostra vita non deve necessariamente assomigliare a quella di qualcun altro per avere valore.

Nel precedente articolo abbiamo parlato dell’accettazione dei propri limiti come di una possibilità di libertà. Anche qui il punto non è imparare a desiderare meno, ma poter distinguere il desiderio dalla necessità di dimostrare qualcosa. Perché forse una parte della sofferenza nasce proprio dal tentativo di raggiungere una versione di noi stessi che dovrebbe finalmente metterci al riparo dal sentirci insufficienti. Ma quella versione potrebbe non arrivare mai. Non perché non siamo capaci. Perché l’ideale, quando viene usato per stabilire definitivamente quanto valiamo, può sempre spostarsi un po’ più avanti.

E allora il confronto non finisce quando diventiamo abbastanza belli, abbastanza competenti, abbastanza amati, abbastanza realizzati. Finisce — o almeno può trasformarsi — quando non abbiamo più bisogno che la vita degli altri ci dica chi dovremmo essere. Forse possiamo guardare una persona che ha qualcosa che desideriamo e sentire ancora il desiderio, senza trasformarlo immediatamente in una sentenza su di noi. Possiamo ammirare senza svalutarci. Possiamo riconoscere un’invidia senza vergognarci di provarla. Possiamo persino scoprire che ciò che invidiamo nell’altro non è la sua vita, ma una parte della nostra che ancora non abbiamo trovato il modo di vivere.

A quel punto l’altro smette di essere una misura. Rimane una persona. E noi possiamo tornare a essere noi stessi, con ciò che abbiamo, ciò che desideriamo, ciò che ancora non sappiamo e ciò che forse non diventeremo mai. Non è poco. È, forse, una forma più adulta di libertà. Perché non si tratta più di arrivare finalmente a essere “a posto”. Si tratta di poter abitare la propria vita senza doverla continuamente confrontare con quella che avremmo dovuto avere.


Dott.ssa Andrea Budicin


Bibliografia

  • Benjamin, J. (1988). The bonds of love: Psychoanalysis, feminism, and the problem of domination. Pantheon Books.
  • Benjamin, J. (2015). Legami d’amore: Psicologia, psicoanalisi, femminismo e dominio (V. Lingiardi & N. Carone, a cura di). Raffaello Cortina Editore. (Opera originale pubblicata nel 1988).
  • Bollas, C. (1979). The transformational object. The International Journal of Psycho-Analysis, 60(1), 97–107.
  • Freud, S. (1914). Introduzione al narcisismo. In Opere di Sigmund Freud (Vol. 7). Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1914).
  • Rilke, R. M. (1980). Lettere a un giovane poeta; Lettere a una giovane signora; Su Dio (L. Traverso, Trad.). Adelphi. (Opere originali pubblicate tra il 1903 e il 1908).
  • Winnicott, D. W. (1965). Ego distortion in terms of true and false self. In The maturational processes and the facilitating environment: Studies in the theory of emotional development (pp. 140–152). The Hogarth Press and the Institute of Psycho-Analysis. (Lavoro originale pubblicato nel 1960).
Quando accettare i propri limiti diventa liberatorio.
Perché la vera libertà non nasce dall'essere senza limiti, ma dal poterli riconoscere.