Negli ultimi anni mi è capitato spesso di sentire pazienti, ma anche amici, raccontarmi di essere alle prese con la lista dei buoni propositi o con la costruzione di una vision board per l’anno nuovo. Mangiare meglio, fare più attività fisica, trovare un lavoro migliore, viaggiare di più.
Mi ha colpito che tutti fossero orientati al di più, al migliore, tranne uno. Questa persona mi ha detto che uno dei suoi obiettivi principali era lavorare meno. Una scelta decisamente in controtendenza rispetto all’andamento generale. Quando ho chiesto chiarimenti, mi ha raccontato che l’anno precedente si era posta molti obiettivi e che, in effetti, ne aveva raggiunti quasi tutti. Ma a un certo punto si era fermata e si era fatta una domanda semplice, eppure fondamentale: a che costo?
Questa domanda mi ha accompagnata a lungo. Perché spesso, nel tentativo di raggiungere ideali e obiettivi che ci imponiamo, finiamo per perdere qualcos’altro lungo la strada. Ogni scelta comporta inevitabilmente una rinuncia: non è possibile vivere senza perdere qualcosa. Il punto, però, non è evitare la perdita, ma interrogarla.
Se andare più spesso in palestra significa rinunciare all’unico momento settimanale con gli amici, ne vale la pena? Per qualcuno sì, per qualcun altro no. Non esiste una risposta univoca, valida per tutti. Ciò che fa davvero la differenza non è l’obiettivo in sé, ma la libertà con cui lo scegliamo. La possibilità di sentire che quella scelta ci appartiene, e non risponde soltanto a un ideale, a un dovere, o a una richiesta silenziosa di miglioramento.
Ed è proprio qui che il tema dei buoni propositi incontra una dimensione più profonda: quella del rapporto tra desiderio, ideali e pressione a cambiare.
Introduzione
Con l’arrivo del nuovo anno, molte persone avvertono una sensazione ambivalente. Da un lato l’idea di un nuovo inizio, dall’altro una pressione sottile ma insistente: quella di dover essere diversi, migliori, più capaci di prima.
Il calendario cambia, e con esso sembra cambiare anche lo sguardo che rivolgiamo a noi stessi. Il nuovo anno viene investito di una funzione quasi riparativa: come se potesse rimediare a ciò che non ha funzionato, a ciò che è rimasto incompiuto, a ciò che ha fatto male. Eppure, per molte persone, i buoni propositi non portano slancio ma un senso di inadeguatezza.
Nei giorni che seguono il Capodanno, questo vissuto raramente assume la forma di una crisi evidente. Piuttosto si manifesta come una stanchezza morale, una fatica interna difficile da nominare. Come se, ancora prima di cominciare, qualcosa sapesse già di non essere all’altezza dell’ideale proposto.
Se il periodo natalizio spesso porta alla luce solitudini, mancanze e confronti dolorosi, l’inizio dell’anno tende a trasformare questi vissuti in richieste: fare meglio, essere diversi, cambiare in fretta.
Il nuovo anno come illusione di rinascita
Dal punto di vista psicoanalitico, l’idea di un “nuovo inizio” è profondamente problematica. Freud ci ha insegnato che la psiche non segue il calendario: non esistono veri reset, né cesure nette tra un prima e un dopo. Eppure, culturalmente, l’anno nuovo viene caricato di una funzione simbolica potente. Diventa un contenitore ideale in cui depositiamo aspettative, promesse, riparazioni immaginarie. In termini psicoanalitici, potremmo dire che il nuovo anno assume la forma di un oggetto fantasmatico: un luogo psichico in cui proiettiamo l’idea di un Sé migliore, finalmente all’altezza.
Il rischio è che questo “nuovo Sé” non nasca dal desiderio, ma dalla fatica di accettare ciò che siamo nel presente.
I buoni propositi e la voce del Super-Io
Molti buoni propositi non parlano di ciò che vogliamo, ma di ciò che sentiamo di dover essere.
“Dovrei dimagrire”, “dovrei essere più sereno”, “dovrei fare di più”, “dovrei stare meglio”.
Freud descrive il Super-Io come un’istanza interna giudicante, spesso severa, che misura costantemente la distanza tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere. Nel passaggio all’anno nuovo, questa voce tende a intensificarsi: l’Ideale dell’Io diventa più alto, più rigido, più lontano.
Autori post-freudiani come Melanie Klein e André Green hanno mostrato come l’ideale possa trasformarsi in una fonte di attacco interno. Non orienta il cambiamento, ma lo rende impraticabile.
Il soggetto non si sente sostenuto, ma osservato. In seduta, questa dinamica non emerge come un pensiero astratto, ma come una sensazione corporea: tensione, urgenza, insofferenza verso sé stessi.
Il fallimento non riguarda tanto il proposito, quanto il sentirsi costantemente in difetto.
Una vignetta clinica
Una paziente racconta, a gennaio, di sentirsi “già in ritardo”.
Aveva deciso che quello sarebbe stato l’anno della serenità, del controllo dell’ansia, di una maggiore maturità emotiva. Dice di non essersi posta obiettivi eccessivi. “Volevo solo stare meglio, essere al passo con gli altri.” Eppure, dopo poche settimane, il sentimento dominante non è il cambiamento, ma la colpa. “Se sto ancora male, vuol dire che non mi sto impegnando abbastanza.”
Clinicamente, non è il sintomo ad aggravarsi, ma il giudizio sul sintomo. Il buono proposito ha funzionato come un criterio di valutazione costante, non come una possibilità di trasformazione.
Cultura, cinema e il mito del “nuovo Sé”
Questa illusione di rinascita attraversa profondamente anche l’immaginario culturale. Nel film Eternal Sunshine of the Spotless Mind, i protagonisti tentano di cancellare il passato per ricominciare. Ma ciò che viene rimosso ritorna: non per ostinazione, ma perché fa parte della struttura del soggetto. Molti racconti contemporanei, così come molta musica, alimentano l’idea che il cambiamento coincida con il diventare qualcun altro.
La psicoanalisi, invece, propone una prospettiva radicalmente diversa: non un nuovo inizio, ma un nuovo modo di stare con ciò che ritorna.
Un’altra idea di cambiamento
Dal punto di vista analitico, il cambiamento non avviene per imposizione né per scadenza temporale. Avviene quando qualcosa può essere pensato, nominato, sostenuto nel tempo.
Winnicott parlava di sviluppo come processo, non come prestazione. Il lavoro psichico non consiste nel migliorarsi, ma nel diventare progressivamente più veri rispetto alla propria storia, ai propri limiti, ai propri desideri.
A volte, il movimento più profondo non è fare di più, ma smettere di pretendere troppo da sé e iniziare a chiedersi se effettivamente siamo noi a voler quel qualcosa di più.
Conclusione: un inizio possibile
Se l’inizio dell’anno pesa, se i buoni propositi invece di motivare fanno sentire in difetto, forse il punto non è chiedersi quali obiettivi stiamo ponendo, ma perché li stiamo ponendo.
Che funzione hanno, per noi, quei propositi? Servono davvero a orientare il nostro desiderio, oppure a colmare una sensazione di inadeguatezza? Nascono da ciò che sentiamo nostro, o dal bisogno di sentirci alla pari, accettati, riconosciuti?
Spesso gli obiettivi diventano una risposta silenziosa al confronto: se tutti hanno qualcosa, devo averla anch’io; se tutti raggiungono una tappa, devo raggiungerla anch’io. Non perché la desideriamo davvero, ma perché senza rischiamo di sentirci mancanti. In questi casi, il cambiamento non è una possibilità, ma una richiesta difensiva: un tentativo di mettere a tacere il dubbio, la fragilità, il senso di non essere abbastanza.
La psicoanalisi non invita a rinunciare agli obiettivi, né a smettere di desiderare. Invita piuttosto a sostare nella domanda: a interrogare il senso di ciò che chiediamo a noi stessi, prima ancora di chiederci se riusciremo a ottenerlo. Rivolgersi a un terapeuta, in questi momenti, non significa “aggiustarsi”, ma prendersi sul serio. Dare spazio a quelle domande che non trovano posto in una lista, ma che orientano profondamente il modo in cui viviamo. Perché a volte il vero inizio non è fare di più, ma capire per chi e per che cosa stiamo cercando di diventare diversi.
Dott.ssa Andrea Budicin
Riferimenti utili per chi vuole approfondire
Freud, S. (1923). L'Io e L'Es.
Freud, S. (1930). Il disagio della civiltà
Klein, M. (1946). Note su alcuni meccanismi schizoidi
Winnicott, D.W. (1960). La maturità emotiva
Green, A. (1983). Narcisismo di vita, narcisismo di morte