Passa al contenuto

L'odio nelle relazioni sane.

Perché amare qualcuno significa anche poterlo odiare senza distruggerlo.
15 giugno 2026 di
Andrea Budicin


Ogni volta che parlo di odio nelle relazioni, quindi nella coppia, nell'amicizia e poi soprattutto tra genitore e figlio tutti mi guardano circospetti. Come è possibile che una madre odi suo figlio? Assurdo. Impossibile proprio. 

Troviamo assurdo che chi amiamo di più non solo evochi in noi felicità, gioia e amore ... ma anche altro e questo altro non così tanto piacevole. 

È così tanto strano che un partner che non ci comprende, un figlio che assorbe tutte le nostre energie, un genitore che continua a toccare ferite mai del tutto rimarginate provochi in noi rabbia, irritazione, ostilità e, talvolta, perfino qualcosa che assomiglia all'odio?

Molte persone si spaventano quando accade. Pensano che questi sentimenti siano incompatibili con l'amore. Se amo davvero una persona, si chiedono, come posso provare anche rabbia o odio nei suoi confronti?

La psicoanalisi propone una prospettiva diversa. L'assenza di odio non è necessariamente il segno di una relazione sana. Al contrario, la capacità di riconoscere e tollerare sentimenti ambivalenti rappresenta una delle basi più importanti dell'amore maturo.

L'amore adulto non nasce dall'eliminazione dei sentimenti negativi. Nasce dalla possibilità di convivere con essi senza che distruggano il legame.

In un precedente articolo dedicato a quando l'altro non ci capisce davvero, abbiamo visto come ogni relazione significativa ci metta inevitabilmente di fronte all'esperienza della differenza. L'altro non è mai completamente accessibile, né completamente modellabile sui nostri bisogni. È proprio da questa inevitabile distanza che prendono forma molte delle emozioni più difficili da accettare.


Se non possiamo odiare, non possiamo nemmeno amare

Uno dei contributi più importanti della psicoanalisi riguarda il concetto di ambivalenza. Freud osservò come amore e odio non siano necessariamente sentimenti opposti. Nelle relazioni più importanti della nostra vita possono convivere simultaneamente.

Il bambino ama la madre perché dipende da lei per la propria sopravvivenza. Allo stesso tempo può odiarla quando non è disponibile, quando non comprende immediatamente i suoi bisogni o quando introduce inevitabilmente una frustrazione.

Questo non significa che il legame sia patologico. Significa che il legame è reale. Le relazioni umane non si sviluppano tra persone perfette. Si sviluppano tra individui che si amano, si deludono, si cercano, si feriscono involontariamente e continuano a incontrarsi nonostante tutto.

Quando immaginiamo che l'amore autentico debba essere privo di rabbia, ostilità o frustrazione, rischiamo di inseguire un ideale irraggiungibile che non appartiene alla realtà delle relazioni umane.


L'odio come esperienza di separazione

Esiste una ragione profonda per cui l'odio compare nelle relazioni significative. L'odio emerge quando l'altro smette di essere una nostra estensione. Finché immaginiamo che l'altro debba desiderare ciò che desideriamo noi, pensare come noi e comprendere spontaneamente ogni nostro bisogno, viviamo nell'illusione della fusione. Ma nessuna relazione può restare in questo stato.

Prima o poi scopriamo che l'altro è diverso. Può dirci di no. Può deluderci. Può scegliere qualcosa che non avremmo scelto. Può non comprenderci. Può persino allontanarsi.

L'odio nasce spesso in questo punto preciso: quando siamo costretti a riconoscere che l'altro esiste come soggetto separato da noi. Paradossalmente, quindi, l'odio non è soltanto una minaccia alla relazione. È anche uno dei modi attraverso cui la relazione diventa possibile. Perché non può esistere un incontro autentico tra due persone se prima non viene riconosciuta la loro differenza.

Come scrive Khalil Gibran ne Il Profeta:

"State insieme, ma non troppo vicini: le colonne del tempio stanno separate."

Una relazione viva non è una fusione. È la capacità di restare in contatto senza annullare la distanza che rende ciascuno una persona distinta.


Winnicott e il diritto di odiare

Nel celebre saggio Hate in the Counter-Transference, Donald Winnicott affronta un tema che ancora oggi può apparire provocatorio: una madre può odiare il proprio bambino. Non perché sia una cattiva madre. Non perché non lo ami. Ma perché il bambino richiede cure continue, interrompe il sonno, invade gli spazi personali, assorbe energie fisiche ed emotive e limita inevitabilmente alcuni aspetti della libertà individuale.

Winnicott non considera questi sentimenti un problema. Secondo l'autore il problema nasce quando non possono essere riconosciuti. La madre sufficientemente buona non è una madre che non prova mai ostilità. È una madre che riesce a tollerare questi sentimenti senza trasformarli in comportamenti distruttivi. Continua a prendersi cura del bambino anche quando sperimenta emozioni difficili.

Questa osservazione può essere estesa a tutte le relazioni significative. La qualità di un legame non dipende dall'assenza di odio. Dipende dalla capacità di contenerlo, comprenderlo e trasformarlo.


Ciò che ci salva non è l'assenza di odio, ma la sua accettazione

Questo è forse il punto più importante. Molte persone credono che riconoscere il proprio odio significhi cancellare l'amore. Pensano che ammettere una fantasia aggressiva, una rabbia intensa o un sentimento di ostilità equivalga a renderlo più pericoloso.

In realtà accade spesso il contrario. Ciò che viene riconosciuto può essere pensato. Ciò che viene pensato può essere trasformato. Ciò che viene negato tende invece a cercare altre strade per esprimersi.

L'odio non accettato può trasformarsi in freddezza emotiva, risentimento cronico, umiliazioni sottili o improvvise esplosioni di rabbia. Infatti come osserva André Green, ciò che viene escluso dalla vita psichica non scompare semplicemente. Spesso ritorna sotto altre forme, influenzando le relazioni e i comportamenti senza che ne siamo pienamente consapevoli.

Paradossalmente, le persone che cercano disperatamente di essere soltanto buone, pazienti e comprensive possono ritrovarsi ad agire proprio quelle emozioni che non riescono a riconoscere dentro di sé.

L'odio diventa davvero pericoloso quando non può essere sentito. Quando non può essere nominato. Quando non può essere pensato. La maturità emotiva non consiste nel liberarsi dell'odio. Consiste nel fare spazio anche a questa esperienza senza esserne dominati.


Un esempio clinico

M. arriva in terapia convinta di avere un problema di rabbia.

Ama profondamente il proprio compagno, ma da mesi si irrita per dettagli apparentemente insignificanti. Una tazza lasciata sul tavolo, un ritardo, una dimenticanza. Ogni episodio sembra provocare reazioni sproporzionate.

Nel corso del lavoro terapeutico emerge gradualmente qualcosa di diverso. M. non fatica a riconoscere l'amore che prova. Fatica a riconoscere tutto il resto. Ogni volta che si sente delusa, arrabbiata o ferita cerca immediatamente di reprimere queste emozioni. Si convince che una persona amorevole non dovrebbe provare sentimenti ostili verso chi ama.

Più cerca di espellere la propria aggressività, più questa ritorna sotto forma di irritazione continua. Solo quando riesce ad accettare che amore e odio possono coesistere nella stessa relazione qualcosa cambia. Non perché la rabbia scompaia. Ma perché non deve più manifestarsi indirettamente. La relazione diventa meno ideale, ma più reale.


Le relazioni vive contengono contraddizioni

La difficoltà di accettare che amore e odio possano convivere non appartiene soltanto alla psicoanalisi. È una delle grandi intuizioni della letteratura e dell'arte.

Nei romanzi di Fyodor Dostoevsky i rapporti umani raramente sono semplici. I suoi personaggi amano e odiano contemporaneamente, desiderano la vicinanza dell'altro e nello stesso tempo ne temono il potere. Nei Fratelli Karamazov, ad esempio, l'amore filiale è costantemente intrecciato a rabbia, rivalità e desiderio di separazione. Dostoevskij sembra ricordarci che la maturità affettiva non consiste nel purificare i sentimenti dalle loro contraddizioni, ma nel riuscire a sostenerle senza esserne distrutti. L'essere umano non ama in modo lineare: ama attraverso conflitti, ambivalenze e tensioni che fanno parte della sua stessa natura.

Anche l'opera di Frida Kahlo testimonia la complessità del legame amoroso. Nei suoi dipinti il dolore non viene nascosto né idealizzato. L'amore per Diego Rivera convive con il tradimento, la rabbia, la dipendenza e il desiderio. Le sue immagini mostrano come sia possibile continuare ad amare qualcuno senza eliminare le ferite che quel legame porta con sé. Nei suoi autoritratti non troviamo una rappresentazione romantica dell'amore, ma una testimonianza intensa della capacità umana di contenere emozioni opposte senza ridurle a una scelta definitiva tra amore e odio.

Forse è proprio questa la lezione che arte, letteratura e psicoanalisi condividono: una relazione viva non è quella che elimina le contraddizioni, ma quella che riesce a ospitarle.


Conclusione

Una relazione sana non è una relazione priva di rabbia, delusione o odio. È una relazione in cui queste emozioni possono essere riconosciute senza essere necessariamente agite.

Amare qualcuno significa accettare che l'altro non sarà mai esattamente come lo vorremmo. Significa tollerare la sua alterità, la sua imprevedibilità e la sua autonomia. Significa rinunciare all'illusione di una fusione perfetta per incontrare una persona reale.

In questo senso, l'odio non è il contrario dell'amore. Talvolta è uno dei segni che la relazione sta diventando sufficientemente reale da poter contenere la complessità dell'altro.

E forse il compito più difficile non è eliminare i sentimenti che ci disturbano, ma imparare ad ascoltarli senza esserne travolti. Quando questo diventa possibile, anche i conflitti più dolorosi possono trasformarsi in occasioni di conoscenza di sé e dell'altro.

Se ti riconosci in queste dinamiche, la psicoterapia può offrirti uno spazio in cui comprendere meglio il modo in cui vivi l'amore, la rabbia, la dipendenza e la separazione nelle relazioni più importanti. Spesso non è l'intensità delle emozioni a creare sofferenza, ma la difficoltà di dare loro un significato. E ciò che trova significato, molto più facilmente, smette di dover essere agito.


Dott.ssa Andrea Budicin


Bibliografia

  • Freud, S. (1976). Pulsioni e loro destini. In Opere (Vol. 8). Bollati Boringhieri. 
  • Freud, S. (1978). Il disagio della civiltà. Bollati Boringhieri.
  • Benjamin, J. (1995). Like subjects, love objects: Essays on recognition and sexual difference. Yale University Press.
  • Green, A. (1999). The work of the negative. Free Association Books.
  • Mitchell, S. A. (2000). Relationality: From attachment to intersubjectivity. Analytic Press.
  • Ogden, T. H. (2004). This art of psychoanalysis: Dreaming undreamt dreams and interrupted cries. Routledge.
  • Winnicott, D. W. (1949). Hate in the counter-transference. International Journal of Psychoanalysis, 30, 69-74.
  • Winnicott, D. W. (1965). The maturational processes and the facilitating environment. Hogarth Press.
  • Dostoevsky, F. (2003). The brothers Karamazov (R. Pevear & L. Volokhonsky, Trans.). Farrar, Straus and Giroux. 
Quando l'altro non ci capisce davvero: perché sentirsi incompresi fa così male.
Il desiderio di essere visti, il limite inevitabile di ogni relazione e la possibilità di costruire legami più autentici.