Introduzione
“Quanto può sopportare un uomo? Alzarsi alle sei, uscire nel freddo, lavorare otto ore, cagare di fretta, tornare a casa, mangiare, guardare la televisione, andare a dormire. E poi ricominciare.” (Bukowski, Factotum, 1975).
Così scriveva Bukowski in Factotum. Alcuni potrebbero trovarlo eccessivo, altri invece potrebbero sentirlo come una descrizione fedele della propria quotidianità. Magari il lavoro fosse solo una nota a margine della vita. Spesso, invece, tutto ruota intorno ad esso.
Il corso in palestra solo dopo le 17, quando esco dall’ufficio; “Vediamoci al bar?” “No grazie, domani ho la sveglia presto”; le vacanze: solo una settimana e in campeggio, perché non ci sono abbastanza soldi per altro; la decisione di avere un bambino: “Il mio capo mi ha fatto capire che non ha intenzione di lasciarmi a casa in maternità e pagare sia me che chi mi sostituirà”.
Vita sociale, famiglia, coppia, hobby, relazioni, vacanze, futuro: tutto sembra dipendere dal lavoro. Ci ritroviamo in una spirale in cui “Che lavoro fai?” si fonde con “Chi sei?”.
Non fraintendetemi: per alcuni il lavoro è davvero una fonte di gratificazione, se non addirittura di libertà. Per esempio, chi si sente costretto nella routine quotidiana può trovare nello scrivere un modo per dare forma a un mondo interiore di fantasie. In questo caso, intraprendere la carriera di scrittore significa allineare ciò che si fa con ciò che si è.
Purtroppo, però, nella maggior parte dei casi questa coincidenza non c’è. Si incontrano spesso persone creative incastrate dietro una scrivania, a ripetere ogni giorno gli stessi gesti. È allora che torna la domanda: “Quanto può sopportare un uomo (o una donna)?”
Prima di inoltrarci nel cuore del tema, vediamo alcuni spunti teorici che aiutano a capire il legame tra lavoro e identità.
Il lavoro come specchio del Sé
Freud, già nel Disagio della civiltà (1930), riconosceva il lavoro come uno dei cardini della vita psichica: lavorare significa sublimare, trasformare le pulsioni in attività con valore sociale. Il lavoro, quindi, non è solo fatica: è ciò che ci permette di inserirci nella civiltà.
Donald Winnicott, in Il falso Sé e il vero Sé (1960), offre una chiave ancora più intima. Distingue tra un lavoro che nasce dal vero Sé — espressione creativa e spontanea — e un lavoro che nasce dal falso Sé, cioè da un adattamento a richieste esterne che ci fanno sentire incastrati. Questa distinzione è preziosa: spiega perché lo stesso mestiere possa essere vissuto come fonte di vitalità da qualcuno e come prigione da qualcun altro.
Non è un caso che Franz Kafka, ne Il processo (1925), abbia descritto il lavoro burocratico come una macchina impersonale che divora l’individuo, riducendolo a un ingranaggio senza volto. Eppure, dall’altro lato, Simone Weil — che aveva lavorato in fabbrica — vedeva nel lavoro anche una possibilità di contatto radicale con la realtà: una disciplina capace di farci toccare con mano i limiti e le possibilità della nostra esistenza (La condizione operaia, 1942).
In questa ambivalenza — creatività e alienazione, libertà e costrizione — si gioca gran parte della nostra identità.
Quando il lavoro ripete un copione
Spesso, nelle storie personali, il lavoro si lega a dinamiche profonde. C’è chi, fin da bambino, ha vissuto la necessità di prendersi cura degli altri: genitori fragili, fratelli in difficoltà, famiglie che si reggevano sul loro senso precoce di responsabilità. Non sorprende che molti di loro, da adulti, scelgano professioni di cura: medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali.
Per alcuni questa scelta è feconda: il lavoro diventa un luogo dove un’attitudine originaria trova significato e diventa risorsa. Per altri, invece, si trasforma in vincolo: continuano a prendersi cura degli altri perché “non sanno fare altro”, perché quel copione, pur logorante, è l’unico che conoscono.
Qui si apre una differenza cruciale: lo stesso lavoro può essere vissuto come realizzazione oppure come ripetizione forzata di un destino. In questo senso, il lavoro è davvero una lingua: può esprimere il desiderio oppure reiterare la costrizione.
Il caso peggiore, forse, è un altro: quando questo legame non esiste affatto. Quando una persona fa un mestiere che non ha alcun rapporto con le sue caratteristiche interne, rischia di non riconoscersi. Guardarsi allo specchio e non ritrovare in ciò che si fa l’immagine che si ha di sé dentro di sé: questa è una vera forma di alienazione.
Piacere o obbligo? Il confine invisibile
Anche quando c’è corrispondenza tra attitudini e lavoro (per esempio: mi sono sempre preso cura della mia famiglia e da adulto divento infermiere), non è detto che questo significhi libertà.
C’è infatti un abisso tra chi resta oltre l’orario perché immerso in ciò che ama, e chi lo fa perché non riesce a fermarsi, schiacciato da una voce interiore che chiede sempre di più. Nel primo caso il lavoro dialoga con il desiderio; nel secondo diventa il terreno del Super-Io, quella parte psichica che impone senza misura e non lascia spazio al riposo.
Byung-Chul Han, ne La società della stanchezza (2010), lo descrive bene: non viviamo più in una società disciplinare, in cui un padrone esterno ci obbliga a lavorare, ma in una società della prestazione, in cui siamo noi stessi a spingerci oltre i limiti, fino a sfruttarci in nome della libertà. È questo paradosso che rende difficile distinguere se stiamo lavorando per desiderio o per obbligo.
Conclusione: chi sei quando lavori?
Il lavoro occupa una parte enorme della nostra vita. Ma non dice tutto di noi, e non dice sempre la stessa cosa. A volte è nutrimento per le nostre passioni, altre volte è gabbia che ripete vecchi copioni. Può dare voce al desiderio o inchiodarci all’obbligo.
Forse la domanda più feconda non è solo chi sono quando non lavoro?, ma anche: chi sono quando lavoro? Cosa il mio lavoro sta raccontando di me? A quali parti della mia storia, del mio desiderio o delle mie ferite dà voce? E soprattutto: cosa resta senza voce?
Anche il lavoro più in linea con le nostre passioni non è totalizzante: c’è sempre dell’altro. Riconoscere questa complessità è già un atto di libertà. Perché il lavoro non è solo il mezzo per guadagnarsi da vivere: è anche il modo in cui diamo forma al nostro rapporto con noi stessi e con il mondo. Ed è qui che possiamo scegliere se farne una prigione o un’occasione di autenticità.
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia:
- Freud, S. (1930). Il disagio della civiltà.
- Winnicott, D.W. (1960). Il falso Sé e il vero Sé.
- Han, B.-C. (2010). La società della stanchezza.
- Bukowski, C. (1975). Factotum.
- Weil, S. (1942). La condizione operaia.
- Kafka, F. (1925). Il processo.