Non sapere cosa si vuole: quando il vuoto ha un significato
Proseguendo la riflessione iniziata nel precedente articolo, ci ritroviamo davanti a una domanda che, almeno in apparenza, sembra diversa dalla precedente, ma che in realtà ne rappresenta il naturale sviluppo.
Precedentemente ci siamo soffermati sul peso delle possibilità e su una difficoltà sempre più diffusa: quella di scegliere. Abbiamo visto come, in una società che ci invita continuamente a inseguire il meglio, ogni decisione possa essere vissuta come la rinuncia a tutte le vite che avremmo potuto vivere. Scegliere significa inevitabilmente perdere qualcosa, e proprio per questo la ricerca della scelta perfetta rischia di trasformarsi in una paralisi.
La conclusione a cui eravamo arrivati era forse la più importante: non abbiamo bisogno di prendere decisioni perfette, ma di compiere scelte sufficientemente buone, capaci di metterci in contatto con la realtà della nostra vita, anziché con l'immagine ideale di ciò che vorremmo essere. Perché, molto spesso, ciò che ci paralizza non è il timore di perdere le altre possibilità, ma quello di perdere una versione idealizzata di noi stessi: quella che potrebbe fare tutto, essere tutto e non rinunciare mai a nulla.
Ma cosa succede quando la difficoltà si colloca ancora prima della scelta? Quando non siamo bloccati tra due strade, ma non riusciamo nemmeno a sentire quale direzione ci appartenga davvero?
«Non so cosa voglio.»
È una frase che molte persone pronunciano con imbarazzo, quasi fosse la prova di una mancanza personale. Come se non avere una risposta chiara significasse essere poco determinati, immaturi o incapaci di costruire il proprio futuro. Viviamo in una cultura che premia chi ha obiettivi definiti, chi sa raccontare con sicurezza il proprio progetto di vita e chi sembra procedere senza esitazioni. In questo contesto, il dubbio diventa qualcosa da eliminare il prima possibile.
La clinica, però, ci insegna che non sempre le cose sono così semplici.
Ci sono persone che non sanno cosa desiderano non perché siano indecise, ma perché, per molto tempo, hanno imparato a non ascoltarsi. Persone che hanno costruito la propria esistenza intorno ai bisogni degli altri, alle aspettative familiari, ai modelli culturali o all'idea di ciò che avrebbero dovuto diventare. Col tempo, quella voce più autentica non scompare: diventa semplicemente più difficile da riconoscere.
Per questo motivo, la domanda che la psicoanalisi ci invita a porre è diversa da quella che siamo abituati a sentirci rivolgere.
Non è: «Come faccio a capire cosa voglio?»
È piuttosto: «Che cosa è accaduto perché il mio desiderio diventasse così difficile da ascoltare?»
Il cambiamento di prospettiva è profondo. Perché smettiamo di considerare il "non lo so" come un difetto da correggere e iniziamo a domandarci quale funzione possa avere nella storia di quella persona.
E se quel vuoto non fosse davvero un vuoto? E se, invece, fosse una forma di protezione?
La psicoanalisi ci ha insegnato che i sintomi raramente sono semplici errori della mente. Più spesso rappresentano tentativi, talvolta dolorosi ma intelligenti, di proteggerci da qualcosa che, in un determinato momento della nostra vita, sarebbe stato troppo difficile affrontare. Prima di chiederci come eliminare un sintomo, vale quindi la pena domandarsi quale compito stia svolgendo.
Forse anche il non sapere cosa si vuole appartiene a questa categoria. Forse non è soltanto un'assenza di desiderio. Forse è il modo in cui la nostra mente ha imparato a custodirlo.
Prima di provare a ritrovarlo, allora, è necessario comprendere perché, a un certo punto della nostra storia, è diventato più sicuro smettere di ascoltarlo.
Quando il desiderio smette di farsi sentire
Se il desiderio fosse qualcosa di semplice e immediatamente riconoscibile, probabilmente non esisterebbero tanti momenti della vita in cui ci sentiamo smarriti. Eppure, nella pratica, è raro incontrare persone che abbiano davvero perso la capacità di desiderare. Molto più spesso si incontrano persone che hanno perso la fiducia nel proprio desiderio.
Desiderare significa esporsi. Significa riconoscere ciò che ci muove, accettando anche il rischio che quel desiderio non venga compreso, accolto o realizzato. Per questo il desiderio non è mai soltanto una forza vitale: è anche una forma di vulnerabilità.
Freud aveva intuito che gran parte della nostra vita psichica si sviluppa al di fuori della coscienza. Non sempre sappiamo perché facciamo ciò che facciamo, e non sempre ciò che diciamo di volere coincide con ciò che, più profondamente, ci abita. Il desiderio non segue la logica della razionalità. Può nascondersi dietro una scelta lavorativa, dietro una relazione affettiva, dietro il bisogno incessante di riuscire o, al contrario, dietro la continua rinuncia a provarci.
Per questo motivo, quando una persona afferma di non sapere cosa vuole, il compito del terapeuta non è aiutarla a prendere una decisione. È cercare di comprendere che cosa renda così difficile entrare in contatto con quella parte di sé.
Come abbiamo visto nell'articolo precedente, ogni scelta comporta inevitabilmente una perdita. Scegliere significa rinunciare, accettare che nessuna strada possa contenere tutte le possibilità e che nessuna decisione possa conservare intatta l'immagine ideale di noi stessi.
Quando questa rinuncia appare troppo dolorosa, la mente può trovare una soluzione tanto ingegnosa quanto inconsapevole: rimandare la scelta.
Talvolta, però, accade qualcosa di ancora più radicale. Non rimaniamo bloccati tra due alternative. Perdiamo il contatto con il desiderio stesso. È qui che il «non so cosa voglio» smette di essere una semplice indecisione e diventa una domanda clinicamente molto più interessante.
Donald Winnicott offre una chiave di lettura preziosa attraverso il concetto di Falso Sé. Quando il bambino cresce in un ambiente in cui i propri bisogni spontanei trovano poco spazio, può imparare molto presto ad adattarsi alle aspettative delle persone da cui dipende. È una strategia intelligente, spesso necessaria, che gli permette di preservare il legame affettivo e di sentirsi al sicuro. Il problema nasce quando quella modalità di adattamento, inizialmente protettiva, diventa il modo abituale di stare al mondo.
Da adulti si può essere estremamente competenti, responsabili e affidabili. Si possono raggiungere risultati importanti, costruire relazioni stabili e dare l'impressione di avere una vita piena. Eppure, sotto questa apparente solidità, può emergere una sensazione difficile da descrivere: quella di vivere una vita che funziona, ma che non sembra davvero appartenere a chi la sta vivendo.
In questi casi il «non so cosa voglio» non racconta un'assenza di personalità. Racconta piuttosto una lunga storia di adattamenti, compromessi e silenzi. È come se la persona avesse imparato, nel corso degli anni, a riconoscere con estrema precisione ciò che gli altri desiderano da lei, perdendo gradualmente familiarità con la propria esperienza interna.
Per questo motivo sarebbe un errore interpretare questa condizione come semplice mancanza di motivazione. Al contrario, spesso è il segno di un conflitto molto profondo.
Da una parte esiste una parte autentica di sé che continua, silenziosamente, a cercare uno spazio di espressione. Dall'altra, esiste il timore che ascoltarla possa avere un costo troppo elevato: deludere qualcuno, modificare equilibri consolidati, rinunciare all'immagine di persona sempre disponibile, sempre efficiente, sempre all'altezza delle aspettative.
In questa prospettiva il sintomo cambia completamente significato. Il problema non è che il desiderio sia scomparso. È che, in un determinato momento della vita, è stato più sicuro metterlo a tacere che ascoltarlo. Ed è proprio qui che il lavoro terapeutico acquista il suo significato più profondo. Non consiste nell'indicare alla persona quale strada scegliere. Consiste nel creare uno spazio sufficientemente sicuro perché il desiderio possa, lentamente, tornare ad avere una voce.
Prima ancora di decidere che cosa fare della propria vita, è necessario poter tornare a sentire che quella vita appartiene davvero a noi.
Quando il desiderio ricomincia a parlare
Durante un percorso terapeutico non è raro incontrare persone che arrivano con una domanda apparentemente semplice: «Come faccio a capire cosa voglio?».
A. è una giovane donna anni quando decide di chiedere un colloquio. Lavora da tempo nello stesso settore, ha costruito una relazione stabile e, osservata dall'esterno, sembra avere una vita che molti definirebbero soddisfacente. Eppure racconta di sentirsi costantemente in bilico. Ogni decisione importante – cambiare lavoro, avere un figlio, trasferirsi, iniziare un nuovo progetto – la lascia immobile. Non perché le possibilità manchino, ma perché nessuna riesce a farle sentire quella convinzione che immagina dovrebbero provare le altre persone.
Nei primi incontri continua a ripetere la stessa frase:
"Vorrei solo capire cosa voglio davvero."
Con il tempo, però, emerge qualcosa di diverso. Quando le viene chiesto di raccontare la propria storia, parla soprattutto degli altri. Di una madre molto fragile, di un padre spesso assente, della necessità di non creare ulteriori preoccupazioni in famiglia. Racconta di essere sempre stata quella responsabile, quella affidabile, quella che trovava soluzioni. Era diventata molto abile nel comprendere gli stati d'animo altrui, ma aveva avuto poche occasioni per domandarsi che cosa provasse lei.
A un certo punto del percorso dice una frase che cambia completamente la prospettiva del lavoro:
"Forse il problema non è che non so cosa voglio. È che non me lo sono mai chiesta."
In terapia, questi momenti hanno spesso un valore particolare. Non rappresentano una risposta definitiva, ma l'inizio di una domanda nuova.
Christopher Bollas descrive qualcosa di simile quando parla del "conosciuto non pensato". Alcune esperienze fondamentali della nostra storia rimangono impresse nella personalità prima ancora di poter essere trasformate in parole. Continuano a orientarci silenziosamente, pur restando fuori dalla consapevolezza. Non sono ricordi dimenticati, ma modi di essere che conosciamo senza sapere di conoscerli.
Per questo motivo il lavoro terapeutico non consiste nel suggerire quale decisione prendere. Significa creare uno spazio nel quale la persona possa, gradualmente, trasformare in pensiero ciò che fino a quel momento era stato vissuto soltanto come una sensazione confusa.
Nancy McWilliams osserva come molte persone non arrivino in terapia perché incapaci di funzionare, ma perché hanno l'impressione di vivere una vita che non sentono davvero propria. È una sofferenza spesso invisibile dall'esterno. Si continua a lavorare, a costruire relazioni, a prendersi cura degli altri. Eppure rimane la sensazione di abitare un'esistenza costruita soprattutto intorno alle aspettative, più che al proprio mondo interno.
Irvin Yalom ricorda che la psicoterapia non è il luogo in cui qualcuno ci consegna risposte sulla nostra vita. È piuttosto uno spazio relazionale nel quale diventa finalmente possibile porre domande che, fino a quel momento, non avevano trovato ascolto.
Forse è proprio questo che accade quando il desiderio ricomincia a farsi sentire. Non arriva come un'illuminazione improvvisa. Raramente assume la forma di una certezza. Più spesso si manifesta attraverso piccoli segnali: una curiosità dimenticata, un interesse che torna ad affacciarsi, il piacere inatteso nello svolgere un'attività, la possibilità di dire un "no" senza sentirsi immediatamente in colpa.
Il desiderio, in fondo, non ha bisogno di essere inventato. Ha bisogno di trovare un luogo sufficientemente sicuro per poter esistere.
Fernando Pessoa scriveva: «Porto in me tutti i sogni del mondo.» È una frase che può essere letta in molti modi. Talvolta quei sogni rappresentano la ricchezza della nostra vita interiore; altre volte, invece, rischiano di diventare il peso delle infinite possibilità e delle infinite versioni di noi stessi che fatichiamo ad abbandonare. Crescere significa anche accettare che non potremo essere tutto. Ma proprio questa rinuncia rende possibile diventare davvero qualcuno.
René Magritte, nel celebre dipinto La reproduction interdite, raffigura un uomo davanti a uno specchio che, invece di rifletterne il volto, ne mostra ancora la schiena. È un'immagine potente: possiamo passare anni a guardarci senza riuscire davvero a incontrarci. A volte ciò che manca non è un'identità, ma uno sguardo capace di riconoscerla.
Forse il lavoro terapeutico assomiglia proprio a questo. Non costruisce un'identità nuova. Aiuta, lentamente, a riconoscere quella che era rimasta nascosta sotto anni di adattamenti, aspettative e silenzi.
Ritrovare il desiderio non significa trovare una risposta
Forse arrivati fin qui ci accorgiamo che la domanda iniziale era formulata in modo diverso.
Non era davvero: «Che cosa voglio?». Era, piuttosto: «Perché non riesco più a sentire ciò che desidero?»
È una differenza apparentemente sottile, ma cambia completamente il modo di guardare alla sofferenza.
Se consideriamo il "non sapere" come un difetto, cercheremo una risposta veloce. Leggeremo libri, chiederemo consigli, proveremo a prendere decisioni sempre nuove nella speranza che una di esse ci faccia finalmente sentire nel posto giusto.
Se invece iniziamo a pensare che quel vuoto abbia una storia, allora la domanda diventa un'altra. Non riguarda più la scelta migliore, ma il rapporto che abbiamo costruito con noi stessi.
La psicoanalisi ci ricorda che i sintomi non sono soltanto ostacoli da eliminare. Spesso rappresentano il modo migliore che la nostra mente ha trovato, in un determinato momento della vita, per proteggerci da un dolore che non potevamo ancora affrontare.
Forse, allora, non sapere cosa si vuole non è il problema. Forse è il linguaggio con cui una parte di noi continua a dire che qualcosa, nella propria storia, ha avuto bisogno di essere messo da parte per poter sopravvivere.
Il lavoro terapeutico non consiste nel dire alla persona quale strada intraprendere. Nessun terapeuta può sapere quale vita sia quella "giusta" per qualcun altro. Può però offrire uno spazio nel quale il desiderio smetta di essere giudicato, corretto o adattato e possa tornare, lentamente, a essere ascoltato.
In fondo, desiderare è sempre un atto di coraggio. Perché significa rinunciare all'illusione di poter essere tutto, accettando la responsabilità di diventare qualcuno.
È un passaggio che richiama una delle intuizioni più profonde di Freud: «Dove era l'Es, deve subentrare l'Io». Non come invito a controllare la propria vita, ma come possibilità di rendere pensabile ciò che, fino a quel momento, era rimasto estraneo alla coscienza.
Anche Irvin Yalom, riflettendo sul tema delle decisioni, osserva che: "La strada verso una decisione può essere difficile perché conduce nel territorio della finitezza e della mancanza di fondamento, luoghi intrisi di ansia."
Forse è proprio questo il punto. Non diventiamo più liberi quando troviamo finalmente tutte le risposte. Diventiamo più liberi quando possiamo tollerare di non averle tutte e, nonostante questo, continuare a vivere, scegliere e desiderare. Perché il desiderio non nasce dalla perfezione. Nasce dalla possibilità di abitare la propria imperfezione senza doverla nascondere.
Ed è forse qui che questo articolo incontra il prossimo. Se oggi abbiamo riflettuto su ciò che accade quando perdiamo il contatto con il nostro desiderio, il passo successivo sarà domandarci che cosa succede quando smettiamo di combattere contro i nostri limiti.
Perché, a volte, è proprio accettando di non poter essere tutto che iniziamo, finalmente, a sentirci davvero noi stessi.
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia
- Bollas, C. (1987). The Shadow of the Object: Psychoanalysis of the Unthought Known. Columbia University Press.
- Freud, S. (1933/1976). Nuova serie delle lezioni di introduzione alla psicoanalisi. In Opere (Vol. 11). Bollati Boringhieri.
- McWilliams, N. (2021). La diagnosi psicoanalitica (2ª ed.). Raffaello Cortina Editore.
- Pessoa, F. (1986). Il libro dell'inquietudine. Feltrinelli.
- Winnicott, D. W. (1965). The Maturational Processes and the Facilitating Environment. Hogarth Press.
- Yalom, I. D. (2002). Il dono della terapia. Neri Pozza.