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Non so cosa voglio.

Quando l’assenza di desiderio non è un fallimento. Un punto di vista psicoanalitico su vuoto, apatia e pressione a “voler qualcosa”.
13 gennaio 2026 di
Andrea Budicin

Introduzione

C’è una situazione che non di rado si presenta in seduta. Spesso sono ragazzi, ma molte volte anche adulti, che arrivano portando un problema grande e per loro imbarazzante: «Non so cosa voglio». Una frase che, quasi sempre, ne contiene un’altra più silenziosa e profonda: «Chi sono io?». Perché per sapere cosa si vuole è necessario, almeno in parte, sapere chi si è.

Questo stato di incertezza può emergere nei momenti di passaggio: nella scelta di un percorso di studi, nel dubbio se restare o lasciare un lavoro, all’interno di relazioni che non rispecchiano più chi le abita. Ma può comparire anche in vite che, dall’esterno, appaiono ordinate e compiute. Eppure, da dentro, tutto sembra incompiuto e nebuloso.

Molte persone pronunciano questa frase con vergogna o senso di colpa, come se non avere desideri chiari fosse una mancanza personale, un difetto, un segno di immaturità. In una cultura che esige decisione, performance e orientamento costante al risultato, prendersi il tempo dell’incertezza appare quasi proibito, se non addirittura assurdo.

Eppure, dal punto di vista psicoanalitico, il «non so cosa voglio» non è un vuoto. Spesso è il segnale di qualcosa che non può ancora essere detto, più che di qualcosa che non esiste.


Dopo i buoni propositi: il silenzio del desiderio

Dopo l’entusiasmo — o la pressione — dei buoni propositi, molte persone attraversano questa fase di stallo. Gli obiettivi iniziano a sembrare irraggiungibili, poco autentici o addirittura privi di senso. Questo momento viene spesso vissuto come una regressione.

In realtà, può rappresentare una sospensione necessaria: il momento in cui il desiderio smette di adeguarsi agli ideali e si ritrae. Freud ci ha insegnato che il desiderio non coincide mai con la volontà cosciente: non si attiva su comando, non risponde agli imperativi, non emerge sotto pressione.

Quando una persona dice «non so cosa voglio», spesso sta dicendo: non riesco più a desiderare ciò che dovrei desiderare.


Il vuoto come ritiro del desiderio: una lettura psicoanalitica

Dal punto di vista clinico, l’esperienza soggettiva del vuoto viene spesso nominata con parole come apatia o depressione. Tuttavia, una lettura psicoanalitica più fine invita a non fermarsi alla diagnosi descrittiva, ma a interrogare la funzione che questo vuoto assume nell’economia psichica della persona.

André Green ha proposto di pensare il vuoto non semplicemente come assenza, ma come una configurazione difensiva complessa. In questa prospettiva, il ritiro del desiderio non indica che nulla esista, ma che qualcosa si sia ritirato per sopravvivere. Quando il desiderio è stato ripetutamente non riconosciuto, giudicato o vissuto come pericoloso, la psiche può organizzarsi attorno a una sorta di silenzio interno.

Non si tratta, dunque, di un soggetto privo di desiderio, ma di un soggetto che ha imparato a non esporsi. Il vuoto diventa allora una modalità di protezione dal dolore, dalla delusione, dalla dipendenza dall’altro. In questo senso, ciò che appare come apatia può essere letto come un lavoro del negativo: una sospensione che evita il collasso, ma che al tempo stesso congela la vitalità.

Il punto clinico centrale non è distinguere rigidamente tra categorie, ma comprendere se e come questo vuoto abbia avuto una funzione necessaria nella storia del soggetto. Solo riconoscendo il senso difensivo di questo ritiro, il desiderio può gradualmente tornare a trovare uno spazio in cui rischiare di esistere.


Quando la scelta nasce dal riconoscersi: un esempio clinico

Chiameremo F. una donna di 35 anni che entra in terapia dicendo:

«Non so se lasciare il mio lavoro, non so se sposare il mio compagno, non so più nulla».

Seduta dopo seduta emerge qualcosa di decisivo: Elena non aveva difficoltà a scegliere, aveva difficoltà a sentirsi. Aveva costruito una vita impeccabile agli occhi degli altri, ma non riusciva a riconoscere il proprio posto in essa. Aveva imparato a funzionare, non a desiderare.

Il lavoro analitico non si è concentrato sulle scelte, ma sulla creazione di uno spazio in cui potessero emergere parti di sé rimaste senza voce. Prima sono affiorate emozioni, poi ricordi, poi desideri confusi ma vivi. Solo molto più tardi è arrivata una decisione — non come strategia, ma come conseguenza di un incontro con sé stessa.

Le scelte non si sono sbloccate perché «ha capito cosa voleva», ma perché ha cominciato a conoscersi.


Quando il desiderio si ritrae: non scelgo perché non mi conosco

Prima ancora della domanda «cosa voglio?», ce n’è una più silenziosa: «Chi sono io?». Freud ha mostrato come il desiderio sia l’espressione di processi inconsci, spesso contraddittori. Winnicott ha poi approfondito questo punto, descrivendo come il desiderio possa tacere quando la persona è stata costretta a costruire un Sé adattato, più orientato alle aspettative esterne che all’autenticità.

Molte persone vivono all’interno dei desideri degli altri, funzionano bene nei ruoli richiesti, ma non riescono più a sentire i propri. La vita appare solida, ma non necessariamente scelta.

Il punto è questo: spesso non sappiamo cosa vogliamo perché non abbiamo mai potuto incontrare davvero chi siamo. Il desiderio non scompare, si mette da parte, in attesa di uno spazio sicuro in cui poter riemergere.


Il peso delle aspettative e la difficoltà di ascoltarsi

Viviamo in una cultura che premia la rapidità decisionale e la chiarezza di direzione. Ma il desiderio non segue la logica dell’efficienza. Ha bisogno di tempo, di ascolto, di un ambiente interno che Winnicott avrebbe definito abbastanza buono: non perfetto, ma accogliente.

Quando la mente è allenata a rispondere agli stimoli esterni più che alle emozioni interne, il desiderio diventa difficile da raggiungere. Non perché non esista, ma perché non riusciamo più a sentirlo.


Le notti bianche e il valore della sospensione

La letteratura ha spesso colto il valore trasformativo dell’attesa. In Le notti bianche di Dostoevskij, il protagonista vive in uno stato di sospensione esistenziale: non sa chi è, non sa cosa vuole, non sa come collocarsi nel mondo. Eppure, proprio in quella condizione di incertezza, qualcosa di autentico può emergere.

L’incontro, il sogno, l’attesa diventano spazi psichici in cui il desiderio può affacciarsi senza essere immediatamente tradotto in azione o scelta. La psicoanalisi lavora spesso in questo stesso spazio: non accelera il desiderio, lo accompagna.


Quando il “non so” diventa una possibilità

Dal punto di vista analitico, il «non so cosa voglio» può essere un punto di partenza prezioso. È il momento in cui il soggetto smette di rispondere agli ideali e inizia, lentamente, ad ascoltarsi.

Winnicott parlava della capacità di stare nel vuoto senza riempirlo immediatamente. Non come passività, ma come funzione psichica matura. Tollerare di non sapere è spesso il primo vero movimento verso qualcosa di proprio.


Conclusione: dare tempo al desiderio

Se ti riconosci in questa sensazione di vuoto o di stallo, forse non sei bloccato come credi. Forse stai attraversando una fase in cui ciò che non ti appartiene più ha smesso di funzionare, e ciò che ti appartiene non ha ancora trovato parole.

La terapia non serve a dire cosa dobbiamo volere e desiderare. Serve a creare uno spazio in cui il desiderio possa emergere senza essere giudicato o forzato. A volte, il lavoro più profondo non è trovare una risposta, ma dare dignità alla domanda.


dott.ssa Andrea Budicin


Riferimenti utili per chi vuole approfondire:

  • Freud, S. (1900). L’interpretazione dei sogni.

  • Freud, S. (1915). Pulsioni e loro destini.

  • Winnicott, D.W. (1971). Gioco e realtà.

  • Green, A. (1983). Narcisismo di vita, narcisismo di morte.

  • Bion, W.R. (1962). Learning from Experience.

  • Dostoevskij, F. (1848). Le notti bianche.

Il mito dei buoni propositi
Uno sguardo psicoanalitico sulla pressione del cambiamento, tra Super-Io, ideali irraggiungibili e desiderio.