«La madre sufficientemente buona non è perfetta.»
Donald W. Winnicott
L'idea di Winnicott può apparire sorprendente in una cultura che ci spinge continuamente a migliorarci. Eppure gran parte della nostra sofferenza nasce proprio dalla difficoltà di accettare che crescere, amare e scegliere non richiedano la perfezione.
Ci sono momenti in cui la vita sembra aprirsi davanti a noi in molte direzioni: cambiare lavoro, iniziare una relazione, trasferirsi, intraprendere un nuovo percorso professionale. Eppure, proprio quando le possibilità aumentano, alcune persone si sentono sempre più ferme. Non è raro incontrare in terapia persone che dicono: «Potrei fare tante cose, ma non riesco a decidere». A volte interpretano questa difficoltà come mancanza di volontà, scarsa determinazione o confusione. Ma, osservandola più da vicino, l'indecisione può raccontare qualcosa di molto diverso. Può raccontare la fatica di rinunciare all'idea di poter ancora diventare la versione ideale di sé.
Quando scegliere significa diventare reali
Siamo spesso portati a pensare che la libertà consista nell'avere molte opzioni. Tuttavia, la possibilità di scegliere può generare anche un'esperienza profondamente angosciante. Ogni decisione non definisce soltanto ciò che faremo, ma anche, almeno in parte, chi saremo. La scelta smette così di essere un semplice atto pratico e assume un significato identitario.
La domanda inconsapevole diventa: «E se scegliessi male? E se questa decisione mi allontanasse dalla persona che dovrei essere?» L'indecisione nasce spesso proprio qui. Non dall'assenza di possibilità, ma dal peso che attribuiamo a ciascuna di esse.
L'ideale dell'Io e la fantasia della versione migliore di sé
Freud descrive l'ideale dell'Io come quell'istanza interna verso cui tendiamo, l'immagine di ciò che sentiamo di dover diventare. L'ideale dell'Io può avere una funzione orientativa e creativa: ci permette di crescere, di desiderare, di progettare. Talvolta, però, si trasforma in un giudice severo.
Cominciamo allora a immaginare che esista una versione migliore di noi stessi: più sicura, più realizzata, più autentica, più felice. Ogni possibilità sembra contenere una promessa: quella di diventare finalmente la persona giusta. In questa prospettiva, scegliere smette di essere un semplice atto della vita quotidiana e diventa una prova identitaria. Se la decisione ha il compito di rivelarmi chi sono veramente, allora sbagliare non significa semplicemente prendere una strada poco adatta. Significa fallire nel diventare me stesso.
Ecco perché alcune persone rimangono immobili. Finché non scelgono, tutte le versioni di sé possono ancora esistere nella fantasia. Finché non scelgono, possono ancora immaginarsi perfette.
Un esempio clinico
Un giovane uomo iniziò il suo percorso terapeutico dicendo di avere un obiettivo molto chiaro: «Vorrei diventare la migliore versione di me stesso». Sembrava un desiderio legittimo e persino sano. Nel corso dei colloqui emerse però una sofferenza costante. Leggeva libri di crescita personale, progettava continuamente nuovi obiettivi, cambiava spesso idea sul lavoro che avrebbe voluto fare e si interrogava incessantemente su quale fosse la sua vera strada.
Ogni decisione sembrava definitiva. Ogni scelta assumeva il valore di un verdetto sulla propria identità. Se avesse imboccato una strada, forse avrebbe scoperto di non essere la persona speciale che immaginava di poter diventare. Paradossalmente, mantenere aperte tutte le possibilità gli permetteva di conservare intatta quell'immagine ideale di sé. L'indecisione non lo proteggeva dal fallimento, ma dall'imperfezione.
Con il tempo, però, il lavoro terapeutico prese una direzione molto diversa da quella che lui aveva immaginato. L'obiettivo non era diventare una persona migliore, né eliminare ogni fragilità o raggiungere una versione perfetta di sé. Al contrario, iniziò lentamente a riconoscere e ad accogliere quelle parti di sé che aveva sempre considerato inadeguate, fragili o deludenti e che, proprio per questo, cercava continuamente di correggere o nascondere.
Fu allora che il bisogno di trovare la scelta perfetta perse gradualmente forza. Perché quando non dobbiamo più dimostrare di essere perfetti, anche le nostre decisioni smettono di essere un esame sul nostro valore. Diventano semplicemente modi, inevitabilmente imperfetti, di abitare la nostra vita. Forse è proprio questo uno degli obiettivi più profondi della psicoterapia: non costruire una versione ideale di sé, ma rendere progressivamente abitabile quella reale.
La difficoltà contemporanea di essere semplicemente umani
La nostra epoca ci invita continuamente a migliorarci, a esprimere il nostro potenziale, a diventare la versione migliore di noi stessi. Si tratta di messaggi che possono essere stimolanti. Talvolta, però, si trasformano in un imperativo silenzioso. Non basta più vivere: bisogna realizzarsi. Non basta essere sufficientemente buoni: bisogna essere eccezionali.
In questa prospettiva ogni decisione sembra assumere un peso enorme, perché ogni scelta viene investita del compito impossibile di garantirci una vita perfetta e un'identità definitiva. Ma nessuna decisione può sostenere un compito così gravoso.
In letteratura
Pirandello scriveva:
«È molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto; galantuomini si dev'essere sempre.»
In questa frase c'è qualcosa di profondamente umano. L'eroe appartiene all'ideale: è straordinario, compiuto, grandioso. Il galantuomo appartiene invece alla vita reale. È la persona che ogni giorno si confronta con i propri limiti, le proprie incoerenze e la fatica di esistere.
Forse anche molte delle nostre indecisioni nascono qui: nel desiderio di compiere la scelta perfetta che ci permetta di diventare finalmente l'eroe della nostra vita. Ma vivere non significa diventare perfetti. Significa imparare a tollerare di essere semplicemente reali.
Scegliere significa rinunciare alla perfezione
A volte ciò che ci paralizza non è il timore di perdere altre possibilità. È il timore di perdere un'immagine ideale di noi stessi.
Nessuna scelta ci renderà definitivamente completi. Nessuna decisione ci consegnerà una versione finale e perfetta della nostra identità. Ogni strada ci metterà invece di fronte alla nostra condizione più umana: essere persone limitate, incomplete e continuamente in divenire.
Forse crescere significa anche rinunciare all'idea di dover trovare la scelta perfetta e iniziare a domandarsi qualcosa di diverso: quale decisione è sufficientemente buona per la persona che sono oggi?
Forse non abbiamo bisogno della scelta perfetta per diventare la versione migliore di noi stessi. Forse abbiamo bisogno di una scelta sufficientemente buona, che ci permetta di essere persone reali anziché persone perfette.
In fondo, il lavoro terapeutico raramente consiste nel trasformarci in qualcuno di diverso. Più spesso consiste nel rendere progressivamente accettabili quelle parti di noi che abbiamo imparato a rifiutare, a giudicare o a nascondere. Quando smettiamo di combattere contro la nostra imperfezione, anche scegliere diventa un po' meno spaventoso.
E forse è proprio qui che inizia un cambiamento autentico: non quando diventiamo la versione migliore di noi stessi, ma quando impariamo a essere, con maggiore libertà e gentilezza, una persona sufficientemente buona.
Nel prossimo articolo esploreremo un ulteriore passaggio di questo percorso: ci sono momenti in cui non sapere che cosa si vuole non è semplice confusione, ma una forma di protezione psichica che merita di essere ascoltata.
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia
- Freud, S. (2010). L'Io e l'Es e altri scritti (1917-1923). Torino: Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1923).
- Freud, S. (1979). Nuova serie delle lezioni di introduzione alla psicoanalisi. Torino: Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1933).
- Winnicott, D. W. (1970). Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando Editore.
- Winnicott, D. W. (1974). Gioco e realtà. Roma: Armando Editore.
- Ehrenberg, A. (2010). La fatica di essere se stessi. Depressione e società. Torino: Einaudi.
- Phillips, A. (2014). Perdersi. In lode della vita non vissuta. Milano: Ponte alle Grazie.