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Perché deludere qualcuno è inevitabile per crescere: il difficile percorso verso se stessi.

Paura di deludere, senso di colpa e bisogno di approvazione: perché diventare adulti significa anche accettare che non tutti saranno soddisfatti delle nostre scelte.
1 giugno 2026 di
Andrea Budicin


Molte persone arrivano in terapia portando una sofferenza che, almeno all'inizio, sembra avere poco a che fare con il conflitto.

Raccontano di sentirsi bloccate nelle decisioni, incapaci di dire di no, costantemente preoccupate di ferire qualcuno o di apparire egoiste. Spesso hanno imparato a essere affidabili, disponibili, attente ai bisogni degli altri. Sono persone che si impegnano nelle relazioni e che cercano di evitare il dolore proprio e altrui. Eppure, dietro questa apparente armonia, si nasconde talvolta una rinuncia silenziosa: la rinuncia a parti di sé.

Crescere non significa soltanto acquisire autonomia economica o assumersi delle responsabilità. Significa anche diventare capaci di scegliere. E ogni scelta autentica contiene una piccola delusione per qualcuno: un genitore che immaginava un altro futuro, un partner che desiderava qualcosa di diverso, un amico che si aspettava maggiore disponibilità.

Per questo motivo una delle scoperte più difficili della vita adulta è che non possiamo diventare noi stessi senza, prima o poi, deludere qualcuno.

Nel precedente articolo dedicato alla dipendenza affettiva abbiamo esplorato quanto possa essere doloroso sentire l'altro come indispensabile per stare bene. In questo approfondimento proveremo a osservare l'altra faccia della stessa medaglia: la difficoltà di tollerare che l'altro possa essere deluso da noi.


Quando il bisogno di approvazione diventa una prigione

La ricerca di approvazione è un bisogno umano universale. Nessuno cresce senza il desiderio di essere amato, riconosciuto e accolto. Il problema nasce quando l'approvazione diventa la condizione necessaria per sentirsi legittimati a esistere. In queste situazioni il giudizio dell'altro smette di essere un'informazione e diventa un verdetto. Ogni scelta viene valutata non in base a ciò che sentiamo, ma in base a quanto potrebbe piacere o dispiacere a qualcuno. Si crea così una forma di dipendenza invisibile: non dipendiamo più soltanto dalla presenza dell'altro, ma dalla sua soddisfazione.

Freud (1930/1971) osservava come il senso di colpa rappresenti uno dei fenomeni più potenti nella vita psichica. Molto spesso non soffriamo perché abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, ma perché temiamo di perdere l'amore di chi per noi è importante. La paura di deludere può allora diventare una strategia per evitare questa perdita. Ma a lungo termine il prezzo rischia di essere elevato: si rinuncia ai propri desideri, si evitano conflitti necessari e si finisce per vivere una vita che assomiglia più alle aspettative altrui che alla propria.

Lo psicoanalista Donald Winnicott (1965) descrisse questo fenomeno attraverso il concetto di falso Sé: una struttura psicologica che si organizza per adattarsi alle richieste dell'ambiente, spesso a discapito dell'autenticità personale.


Deludere come tappa dello sviluppo

Una delle intuizioni più profonde della psicoanalisi contemporanea è che la crescita passa inevitabilmente attraverso la separazione.

Margaret Mahler (1975) ha mostrato come il bambino costruisca gradualmente un'identità distinta dalla figura materna. Questo processo non termina nell'infanzia: continua durante tutta la vita. Ogni volta che scegliamo una strada diversa da quella immaginata dagli altri stiamo compiendo un movimento di individuazione.

Da questa prospettiva, deludere qualcuno non rappresenta necessariamente un fallimento relazionale. Può essere il segnale che sta emergendo una soggettività autonoma. Naturalmente non si tratta di ferire deliberatamente gli altri o di ignorarne i bisogni. Si tratta piuttosto di riconoscere un limite fondamentale: non possiamo essere contemporaneamente fedeli a noi stessi e perfettamente conformi ai desideri di tutti.


Deludere senza distruggere il legame

Jessica Benjamin (1988) ha descritto la maturazione relazionale come il passaggio dalla necessità di essere confermati alla capacità di riconoscere l'altro come una persona separata da noi. Nelle relazioni più immature, la differenza viene spesso vissuta come una minaccia: se l'altro non è d'accordo con me, se prende una strada diversa da quella che desideravo, il legame sembra incrinarsi. La crescita emotiva comporta invece una scoperta più complessa: due persone possono continuare a riconoscersi e a volersi bene pur non condividendo gli stessi desideri.

Da questa prospettiva, deludere qualcuno non equivale necessariamente a perderlo. Talvolta rappresenta il primo passo verso una relazione più autentica, nella quale entrambi possono esistere come soggetti distinti.

Una relazione matura non è quella in cui nessuno si sente mai deluso, ma quella in cui la delusione può essere attraversata senza che il legame venga distrutto.


Un esempio clinico

(Caso clinico modificato e reso anonimo per tutelare la privacy.)

Una giovane donna arriva in terapia dopo mesi di forte ansia. Vorrebbe trasferirsi in un'altra città per lavoro, ma continua a rimandare la decisione. Ogni volta che prova a immaginarsi lontana da casa viene assalita da un senso di colpa intenso.

Nel corso delle sedute emerge una convinzione profonda: "Se parto, deluderò mia madre." La questione non riguarda soltanto il trasferimento. Riguarda la possibilità di riconoscersi come persona distinta. Gradualmente la paziente scopre che ciò che teme davvero non è la sofferenza della madre, ma il dolore di sentirsi una "figlia cattiva".

Quando finalmente prende la decisione di partire accade qualcosa di importante: la madre è effettivamente dispiaciuta. Non c'è una soluzione magica. La madre è triste e la figlia prova dispiacere. Ma per la prima volta la paziente riesce a tollerare quella delusione senza rinunciare alla propria scelta. La crescita, in quel momento, non coincide con l'assenza di conflitto. Coincide con la capacità di attraversarlo.


Letteratura e crescita: quando la delusione può essere tollerata

Nelle sue Lettere a un giovane poeta, Rainer Maria Rilke scrive: "Nessun sentimento è definitivo."

Questa breve affermazione contiene un'intuizione preziosa anche dal punto di vista psicologico. Quando temiamo di deludere qualcuno, spesso viviamo la delusione dell'altro come qualcosa di irreparabile, come se quel momento definisse per sempre la relazione. Eppure le emozioni sono per loro natura transitorie. La tristezza, la rabbia, il disaccordo e perfino la delusione possono essere attraversati e trasformati.

Ricordarlo non elimina il dolore che accompagna certe scelte, ma può aiutarci a tollerarlo. Le relazioni più solide non sono quelle immuni dalla delusione, ma quelle capaci di sopravvivere ad essa.


Conclusione

Quanto della nostra vita stiamo davvero vivendo, e quanto invece stiamo vivendo per evitare la delusione di qualcuno?

Molte persone arrivano in terapia convinte che il problema sia il conflitto. Spesso, però, il vero problema è l'impossibilità di tollerarlo. Quando ogni delusione viene vissuta come una catastrofe relazionale, la libertà personale si restringe progressivamente. Si smette di scegliere, di sperimentare, di cambiare.

La crescita psicologica richiede invece una capacità diversa: restare in relazione senza rinunciare completamente a se stessi. Non è un percorso semplice. Può generare senso di colpa, paura e dubbi. Ma è anche ciò che permette di costruire relazioni più autentiche, nelle quali l'amore non dipende dalla perfezione né dalla continua conferma delle aspettative reciproche.

Forse diventare adulti significa anche questo: accettare che qualcuno possa essere deluso dalle nostre scelte e scoprire, nonostante tutto, che la relazione può sopravvivere.

E che anche noi possiamo farlo.


dott.ssa Andrea Budicin


Bibliografia

  • Benjamin, J. (1988). The bonds of love: Psychoanalysis, feminism, and the problem of domination. Pantheon Books.
  • Freud, S. (1971). Il disagio della civiltà. Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1930).
  • Mahler, M. S., Pine, F., & Bergman, A. (1975). The psychological birth of the human infant. Basic Books.
  • Rilke, R. M. (2006). Lettere a un giovane poeta. Adelphi. (Opera originale pubblicata nel 1929).
  • Winnicott, D. W. (1965). The maturational processes and the facilitating environment. Hogarth Press.
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