Introduzione
Ci sono momenti in cui il desiderio di cambiare è chiaro, quasi lucido. Non nasce da un impulso improvviso, ma da una lunga riflessione, da tentativi ripetuti, da una sofferenza. Eppure, proprio quando il cambiamento sembra a portata di mano, qualcosa dentro si blocca. Subentra l’ansia, il dubbio, una stanchezza difficile da spiegare. È come se una parte di te dicesse: sì, lo voglio, mentre un’altra rispondesse: non ora, è troppo rischioso.
Molte persone arrivano in terapia in questo punto preciso. Non perché non sappiano cosa desiderano, ma perché sentono di non riuscire ad attraversare la soglia che separa il pensiero dal movimento. Spesso si accusano di essere incoerenti o deboli. In realtà, ciò che stanno vivendo ha una struttura psichica profonda: il cambiamento, anche quando è desiderato, mette in discussione equilibri interni che hanno garantito una certa sopravvivenza emotiva.
Comprendere questa ambivalenza non significa giustificare l’immobilità, ma iniziare a dare senso a ciò che, finora, è stato vissuto solo come un blocco.
Il cambiamento come perdita: una prospettiva psicoanalitica
Dal punto di vista psicoanalitico, ogni cambiamento autentico implica sempre una perdita. Anche quando ciò che lasciamo è fonte di sofferenza, rappresenta comunque un equilibrio noto, una configurazione psichica familiare. Freud, in Inibizione, sintomo e angoscia (1926), mette in luce come l’angoscia emerga spesso in relazione a un pericolo interno: non tanto ciò che accade fuori, quanto ciò che il cambiamento smuove dentro di noi.
Il sintomo, in questa prospettiva, non è solo qualcosa di cui liberarsi, ma anche una soluzione — costosa, dolorosa, ma pur sempre una soluzione — a conflitti inconsci. Cambiare significa rinunciare a quella soluzione prima di averne un’altra altrettanto stabile. Ed è qui che la psiche, comprensibilmente, esita.
Gli autori post-freudiani hanno ampliato questo punto. Melanie Klein ha mostrato come ogni passaggio evolutivo riattivi fantasie di perdita dell’oggetto e colpa depressiva: cambiare significa, inconsciamente, rischiare di distruggere ciò che amiamo o da cui dipendiamo. Donald Winnicott ha invece sottolineato quanto il falso Sé possa diventare un adattamento necessario all’ambiente: abbandonarlo può far sentire esposti, non protetti, persino senza forma.
In quest’ottica, la resistenza non è un nemico, ma un segnale clinico prezioso: indica il punto esatto in cui il cambiamento tocca qualcosa di vitale.
Ambivalenza: due desideri opposti che coesistono
Uno degli errori più comuni è pensare che, per cambiare, sia necessario “volerlo davvero”, come se il desiderio fosse unidirezionale. In realtà, la clinica ci mostra tutt’altro: il desiderio di cambiare convive quasi sempre con il desiderio opposto, quello di non cambiare.
Wilfred Bion ha descritto magistralmente questa tensione parlando di paura del cambiamento e paura del non-cambiamento. La mente, per crescere, deve tollerare l’ignoto; ma l’ignoto è, per definizione, perturbante. Cambiare significa entrare in una zona di non-sapere, rinunciare temporaneamente a certezze identitarie: se non sarò più quello di prima, allora chi sarò?
Questa ambivalenza non è un difetto di volontà. È una struttura profonda dell’esperienza umana. Ignorarla o forzarla produce spesso l’effetto opposto: irrigidimento, autosvalutazione, fallimenti ripetuti.
Un esempio clinico (con dati modificati)
C. arriva in terapia lamentando una forte insoddisfazione lavorativa. Da anni sente di non esprimere il proprio potenziale, sogna un cambiamento, ma ogni volta che si presenta un’opportunità concreta viene travolta dall’ansia e rinuncia. Si descrive come “bloccata” e “codarda”.
Nel lavoro analitico emerge gradualmente come il lavoro attuale, pur frustrante, rappresenti per lei una continuità con le aspettative familiari e un’identità costruita sull’affidabilità e sul non deludere. L’idea di cambiare lavoro non attiva solo entusiasmo, ma anche fantasie inconsce di esclusione, perdita d’amore, crollo dell’immagine di sé.
Quando questa ambivalenza viene riconosciuta e pensata insieme, qualcosa si modifica: il cambiamento non è più una prova di coraggio o di fallimento, ma un processo che può avvenire per gradi, rispettando i tempi psichici. Non sempre il primo passo è agire; spesso è capire cosa si teme di perdere.
Il cambiamento nella cultura: Il Gattopardo e la paura di cambiare
Il tema del cambiamento temuto è stato raccontato in modo magistrale da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo. La celebre frase «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» coglie con precisione psicoanalitica una verità profonda: il cambiamento può essere vissuto come una minaccia alla continuità identitaria, e talvolta viene accettato solo nella misura in cui garantisce che qualcosa, a livello più profondo, resti immutato.
Il principe di Salina comprende che il mutamento storico è inevitabile, ma lo osserva con una distanza malinconica, quasi difensiva. Non è l’ignoranza a impedirgli di cambiare davvero, bensì una forma di sapere doloroso: cambiare significherebbe perdere un ordine interno, un senso di sé costruito nel tempo. In termini psicoanalitici, potremmo dire che il personaggio incarna una sofisticata forma di resistenza: il cambiamento viene mentalizzato, ma non incarnato.
Molti pazienti arrivano in terapia in una posizione simile. Hanno compreso molto di sé, hanno letto, riflettuto, analizzato. Eppure il passaggio trasformativo resta sospeso. Il Gattopardo ci insegna che non basta capire che il cambiamento è necessario: perché sia possibile, deve diventare emotivamente tollerabile. Ed è proprio questo il lavoro più profondo della terapia.
Cosa rende possibile il cambiamento
In psicoanalisi, il cambiamento non è mai imposto, né accelerato artificialmente. Avviene quando la persona può sentire che ciò che sta lasciando è stato, a suo modo, necessario; e che ciò che verrà non deve essere subito definito.
Il setting terapeutico offre uno spazio in cui l’ambivalenza può esistere senza essere giudicata. È spesso questa possibilità — essere accolti anche nella propria esitazione — a rendere il cambiamento finalmente pensabile.
Conclusione: quando il cambiamento diventa possibile
Se ti riconosci in questa fatica, se senti di desiderare qualcosa di diverso ma allo stesso tempo di non riuscire a muoverti, forse stai semplicemente proteggendo equilibri che, per quanto faticosi e dolorosi, ti hanno permesso di arrivare fin qui.
La terapia non serve a “spingere” al cambiamento, ma a comprenderne il senso profondo. Spesso, quando la paura viene ascoltata, smette di bloccare e inizia a trasformarsi in una guida.
Un pensiero per te: il cambiamento più duraturo non nasce dalla forza, ma dalla possibilità di restare in contatto con ciò che, dentro di noi, ha paura di perdere qualcosa di importante.
Questo tema dialoga profondamente con altri nodi centrali del lavoro terapeutico, come la difficoltà a separarsi, la paura di deludere e il legame tra sintomo e identità: fili che spesso si intrecciano e che, insieme, possono essere pensati e capiti.
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia
Freud, S. (1926). Inibizione, sintomo e angoscia.
Klein, M. (1940). Lutto e melanconia rivisitati.
Winnicott, D.W. (1960). Ego distortion in terms of true and false self.
Bion, W.R. (1962). Learning from Experience.
Bollas, C. (1987). The Shadow of the Object.