La sveglia suona. Ti alzi, fai colazione, esci di casa. La tua vita, guardata dall’esterno, funziona. Hai un lavoro, delle relazioni, una quotidianità che in molti considererebbero stabile. Eppure, mentre attraversi la giornata, senti qualcosa difficile da spiegare. Non è esattamente tristezza. Non è nemmeno ansia. È piuttosto una sensazione di vuoto, come se una parte di te si fosse lentamente spenta.
"Com'è possibile sentirsi così quando nella propria vita, apparentemente, va tutto bene?" Purtroppo spesso la risposta a questa domanda è il senso di colpa. "Come posso stare male se non mi manca niente? Ho tutto: un lavoro, una relazione, amici. Non dovrei stare così. C'è chi ha problemi veri."
Eppure questa esperienza è molto più diffusa di quanto si pensi.
Quando la vita funziona ma noi no
Viviamo in una cultura che associa il malessere a qualcosa di visibile, di spiegabile: una perdita, un fallimento, una rottura. Quando questi elementi mancano, il disagio diventa difficile da legittimare. E allora accade qualcosa di sottile: il dolore non scompare, ma perde il diritto di esistere.
Questo genera un doppio movimento interno: da una parte il vissuto autentico di blocco, vuoto o smarrimento e dall’altra il tentativo di negarlo o razionalizzarlo. Il risultato è una sensazione ancora più alienante: non solo sto male, ma non dovrei.
A differenza di come scriveva Freud (1917): “Il paziente sa spiegare la sua infelicità, ma non sa liberarsene” qui ci troviamo in una situazione ancora più complessa, non solo non si sa come poter stare meglio, ma non si sa nemmeno il perché di questo malessere.
Perché ci si può sentire vuoti anche quando la vita va bene?
Una delle risposte possibili riguarda qualcosa che spesso viene valorizzato: la capacità di adattarsi.
Alcune persone imparano molto presto a capire cosa è richiesto da loro. Essere bravi. Non creare problemi. Non deludere. Essere affidabili. Questa sensibilità può diventare una risorsa enorme. Ma quando diventa l’unica modalità possibile, accade qualcosa di più silenzioso: smettiamo di desiderare.
“La voce dell’intelletto è tenue, ma non smette finché non ottiene ascolto.”
— Sigmund Freud
A volte non soffriamo perché qualcosa va male. Soffriamo perché qualcosa di noi non ha mai avuto modo di emergere.
Un esempio clinico
Marco (nome di fantasia) ha 32 anni quando decide di iniziare un percorso terapeutico. Ha un lavoro stabile, relazioni significative, una vita apparentemente equilibrata. Eppure racconta di sentirsi “spento”. Non è triste nel senso classico. Non è in crisi. Dice semplicemente: “È come se stessi vivendo la vita giusta per qualcun altro.”
Nel corso del lavoro emerge come, fin da piccolo, abbia imparato a essere il figlio che non crea problemi. Responsabile. Affidabile. Sempre adeguato. Questa posizione lo ha aiutato a costruire la sua vita. Ma allo stesso tempo ha lasciato poco spazio a una domanda fondamentale: Che cosa voglio davvero? Cosa mi piace davvero?
La terapia, in questi casi, non serve ad aggiustare qualcosa che non funziona. Serve a riaprire uno spazio di ascolto verso sé stessi.
Il segnale che spesso fraintendiamo
Molte persone leggono questa sensazione di blocco come un segno di debolezza. In realtà, spesso è il contrario. Il disagio che emerge quando tutto sembra funzionare può essere un segnale importante: una parte più autentica di sé sta cercando di farsi sentire.
Non è qualcosa che non funziona, è l'esatto opposto.
Il peso di non “soffrire abbastanza”
Un aspetto molto frequente è la sensazione di non avere il diritto di stare male. Come se la sofferenza dovesse essere giustificata da qualcosa di evidente. Molte persone arrivano in terapia proprio con questa frase: “In realtà non ho motivi per stare così.”
Per chi ha imparato a cavarsela da solo, riconoscere un bisogno può essere difficile. Ma spesso è proprio lì che qualcosa inizia a muoversi.
Tornare a sentire
Il lavoro psicologico non consiste nel trovare soluzioni rapide. Spesso il primo passo è più semplice e più radicale: ricominciare ad ascoltare ciò che accade dentro di noi.
Cosa mi piace per davvero? Cosa farei se non temessi di deludere gli altri? Chi sono per davvero?
A volte il disagio non è qualcosa da eliminare. È una parte di noi, che stufa di essere ignorata inizia ad alzare la voce.
Quando il malessere è una domanda
“Forse tutte le cose terribili sono, nel loro essere più profondo, qualcosa di indifeso che chiede il nostro aiuto.”
— Rainer Maria Rilke
Sentirsi bloccati quando la vita sembra andare bene può essere un’esperienza confusa e solitaria. Ma spesso è anche l’inizio di una domanda importante: "Come sto vivendo davvero la mia vita?" e sopratutto: " Ne sono soddisfatta/o?".
Conclusione
Sentirsi bloccati quando la vita sembra andare bene può essere un'esperienza difficile da spiegare, e proprio per questo spesso vissuta in solitudine.
Molte persone arrivano in terapia con questa sensazione: quella di vivere una vita che, dall'esterno, funziona, ma che dentro non riescono più ad abitare davvero.
La psicoterapia può diventare uno spazio in cui queste domande trovano finalmente ascolto.
Non per aggiustare qualcosa che è “sbagliato”, ma per riaprire un contatto più autentico con sé stessi e con ciò che si desidera davvero. Perché come diceva Adam Phillips: “I sintomi sono spesso il modo più onesto che abbiamo per dire la verità su noi stessi.”
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia
- Bollas, C. (1987). The shadow of the object: Psychoanalysis of the unthought known. Columbia University Press.
- Freud, S. (1930). Civilization and its discontents. Hogarth Press.
- Rilke, R. M. (1929). Letters to a young poet. Insel Verlag.
- Winnicott, D. W. (1965). The maturational processes and the facilitating environment. International Universities Press.