Nel precedente articolo abbiamo visto come, per alcune persone, stare bene in una relazione possa risultare destabilizzante. La sicurezza può essere vissuta come noia, la stabilità come assenza di sentimento. Qui incontriamo il movimento opposto, ma profondamente collegato. Ci sono persone per cui non è difficile stare bene con qualcuno. È difficile stare bene senza qualcuno. Quando l’altro c’è, tutto si regge. Quando l’altro manca, tutto sembra perdere consistenza. Non è un caso. Come scrive John Bowlby, fondatore della teoria dell’attaccamento:
“L'attaccamento è parte integrante del comportamento umano dalla culla alla tomba”
Non nasciamo autonomi. Nasciamo dentro una relazione. E questo dato, apparentemente ovvio, ha conseguenze profonde.
Quando il bisogno diventa struttura
Ogni relazione implica un bisogno. Ma non tutti i bisogni hanno lo stesso peso. Per alcune persone, il bisogno dell’altro non è solo affettivo. È strutturale.
Come sottolinea Donald Winnicott, il bambino esiste inizialmente solo all’interno di una relazione:
“Non esiste il bambino senza la madre.”
Questa affermazione non è solo teorica. Significa che il senso di esistere, nonché la sopravvivenza stessa, si costruisce attraverso l’esperienza di essere tenuti, visti, regolati da un altro. Se questa esperienza è stata sufficientemente stabile, nel tempo si interiorizza. Diventa una funzione interna. Se invece è stata discontinua, imprevedibile o assente, accade qualcosa di diverso. L’altro non viene interiorizzato come presenza stabile. Rimane necessario dall’esterno. E allora, in età adulta, la relazione non è solo importante. Diventa indispensabile per permetterci di sopravvivere.
Dalla relazione originaria alla dipendenza adulta
In psicoanalisi delle relazioni oggettuali, questo passaggio è stato descritto da W. R. D. Fairbairn. Secondo Fairbairn, l’essere umano non è guidato primariamente dal piacere, ma dalla ricerca dell’oggetto:
“La libido è ricerca dell’oggetto, non del piacere.”
Questo significa che non cerchiamo l’altro per stare meglio. Cerchiamo l’altro per esistere. Quando le prime relazioni non sono state sufficientemente affidabili, il bambino non rinuncia al legame. Riorganizza se stesso pur di mantenerlo. Interiorizza relazioni anche dolorose, purché siano relazioni. E questo lascia una traccia. In età adulta, non cerchiamo semplicemente qualcuno che ci faccia stare bene. Cerchiamo qualcuno che sia in continuità con ciò che abbiamo già vissuto. Anche quando questo implica sofferenza.
Un altro linguaggio del bisogno
La dipendenza affettiva, vista da vicino, non è un eccesso. È un adattamento. Come direbbe André Green, il soggetto cerca di evitare un vuoto interno che rischierebbe di diventare insostenibile. Quando l’altro diventa indispensabile, non è perché lo si ama “troppo”. È perché senza l’altro si perde una funzione psichica. Per questo separarsi può essere vissuto come un crollo. Non si perde solo qualcuno. Si perde un modo di stare. E allora si resta. Anche quando la relazione fa soffrire. Perché il costo della perdita sembra più alto del costo del dolore.
Un passaggio necessario (ma difficile)
Nel percorso terapeutico non si tratta di eliminare il bisogno dell’altro. Un obiettivo del genere sarebbe non solo irrealistico, ma anche profondamente contrario alla natura relazionale della mente umana. Il punto non è smettere di avere bisogno. È trasformare la qualità di quel bisogno.
Quando l’altro è vissuto come indispensabile, ciò che manca non è la relazione, ma una funzione interna che permetta di tollerarne l’assenza. In questi casi, la distanza non è semplicemente una distanza: è un vuoto. Un’interruzione dell’esistenza psichica.
È qui che il lavoro terapeutico diventa delicato. Non si tratta di spingere alla separazione, né di rafforzare la dipendenza, ma di costruire, lentamente, qualcosa che prima non si è potuto consolidare: una presenza interna sufficientemente stabile.
Winnicott descrive questo passaggio come la capacità di essere soli in presenza dell’altro. Ma, nella clinica, questo processo avviene spesso al contrario: si inizia a sperimentare una forma di presenza interna proprio quando l’altro non c’è. All’inizio è un’esperienza fragile, intermittente, facilmente destabilizzata. Basta poco perché tutto crolli di nuovo verso il bisogno urgente di qualcuno.
Col tempo, però, qualcosa cambia. Non perché l’altro diventi meno importante, ma perché smette di essere l’unico punto di appoggio possibile. Si crea uno spazio intermedio, in cui l’assenza non equivale più a una perdita totale, ma diventa qualcosa che può essere pensato, tollerato, attraversato.
È un passaggio lento, spesso non lineare. Ma è qui che la relazione smette di essere una condizione di sopravvivenza e inizia, per la prima volta, a diventare una possibilità.
Conclusione: dalla necessità alla scelta
Se ti riconosci in queste dinamiche, è probabile che una parte di te stia facendo qualcosa di profondamente sensato: cercare un appoggio. Non è un errore. È una soluzione. Ma ogni soluzione, se resta l’unica, diventa una prigione. Spesso in terapia arrivano persone in due condizioni opposte, ma legate tra loro:
chi non riesce a uscire da relazioni instabili e dolorose
chi non riesce a restare in relazioni stabili perché le vive come vuote
In entrambi i casi, c’è un conflitto interno. Una parte che resta legata a ciò che conosce. E un’altra che inizia a cercare qualcosa di diverso. Il lavoro terapeutico si muove proprio qui. Nel rendere visibile questo conflitto. Nel dare spazio a entrambe le parti. Nel costruire, lentamente, una base interna. Perché solo quando l’altro smette di essere indispensabile, può diventare davvero scelto. E forse, per la prima volta, la relazione può smettere di essere un modo per non crollare, per diventare uno spazio in cui stare — senza perdersi.
Nel prossimo articolo vedremo perché, per crescere, deludere qualcuno diventa inevitabile — e perché questo passaggio è spesso così difficile da tollerare.
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia:
- John Bowlby (1969–1980). Attaccamento e perdita (Vol. 1–3). Torino: Bollati Boringhieri.
- W. R. D. Fairbairn (1952). Psicoanalisi delle relazioni oggettuali. Roma: Astrolabio.
- Sigmund Freud (1914). Introduzione al narcisismo. In Opere (Vol. 7). Torino: Bollati Boringhieri.
- Peter Fonagy (2002). Affect Regulation, Mentalization and the Development of the Self. New York: Other Press.
- André Green (1983). Narcisismo di vita, narcisismo di morte. Roma: Borla.
- Donald W. Winnicott (1971). Gioco e realtà. Roma: Armando Editore.