Ci sono momenti in cui il dolore non nasce da un conflitto, da un rifiuto o da una perdita. Nasce da qualcosa di più sottile. Parliamo, spieghiamo, raccontiamo ciò che sentiamo e abbiamo l'impressione che l'altro ascolti le nostre parole senza riuscire davvero a incontrare la nostra esperienza.
È una sensazione che prima o poi colpisce tutti noi: quella di non essere compresi.
Spesso arrivano in terapia persone che raccontano di sentirsi sole perché non c'è nessuno con cui veramente si confidano, oppure altre che pur essendo circondate da relazioni significative con partner affettuosi, amici presenti, familiari che cercano di aiutarle manca comunque qualcosa. La fantasia implicita è che da qualche parte esista qualcuno capace di comprenderci completamente.
La psicoanalisi suggerisce invece una prospettiva diversa e, per certi aspetti, più difficile da accettare: nessuno potrà mai conoscerci fino in fondo. Eppure proprio questo limite può diventare il fondamento delle relazioni più mature.
Come scrive Rainer Maria Rilke:
"L'amore consiste in questo: che due solitudini si proteggano, si tocchino e si salutino."
Forse il problema non è che l'altro non ci capisce abbastanza. Forse il problema nasce quando dimentichiamo che ogni relazione avviene tra due mondi interiori diversi.
Il desiderio di essere visti
Fin dall'inizio della vita abbiamo bisogno che qualcuno riconosca ciò che proviamo. Il bambino non cerca soltanto nutrimento o protezione. Cerca uno sguardo capace di restituirgli un'immagine di ciò che sente. Quando il caregiver riesce a cogliere e rispecchiare gli stati emotivi del bambino, quest'ultimo sviluppa gradualmente il senso di esistere come soggetto.
In questo senso il bisogno di essere compresi non è una debolezza. È una necessità profondamente umana.
Tuttavia, nel corso della crescita, questa esigenza può trasformarsi nella speranza che qualcuno riesca finalmente a colmare ogni distanza, a comprendere perfettamente ciò che sentiamo e a proteggerci dalla solitudine che accompagna l'esperienza di essere individui separati dagli altri.
Le parole non bastano mai del tutto
Luigi Pirandello aveva colto una difficoltà che appartiene a ogni relazione umana: crediamo di usare le stesse parole, ma spesso attribuiamo loro significati diversi.
Parole come "amore", "rispetto", "attenzione", "libertà" o "vicinanza" sembrano semplici e condivise. Eppure ciascuno le riempie con la propria storia, con le proprie esperienze e con i propri desideri.
Quando parliamo, non trasmettiamo direttamente ciò che viviamo. Offriamo all'altro dei simboli che lui interpreterà inevitabilmente attraverso il proprio mondo interno.
Per questo l'incomprensione non nasce sempre da una mancanza di ascolto o di interesse. Talvolta nasce dal fatto che nessuno può abitare esattamente l'esperienza dell'altro.
Accettare questo limite non significa rinunciare a comunicare. Significa riconoscere che comprendersi è un lavoro continuo, mai completamente concluso.
L'illusione della comprensione totale
Molte sofferenze relazionali nascono da un'aspettativa implicita: se l'altro mi ama davvero, dovrebbe capire spontaneamente ciò che provo. Dovrebbe intuire i miei bisogni, sapere cosa mi ferisce e vedere ciò che nemmeno io riesco a spiegare.
Quando questo non accade, la delusione può essere profonda.
Ma l'altro fallisce davvero oppure stiamo incontrando un limite che appartiene a tutte le relazioni?
Winnicott ha descritto come la maturità emotiva implichi la capacità di riconoscere l'altro come una persona separata da noi. Non come un'estensione della nostra mente, ma come un soggetto con una propria sensibilità, una propria storia e un proprio modo di interpretare il mondo.
L'altro non vede ciò che vediamo noi. Non attribuisce necessariamente gli stessi significati alle stesse esperienze. Non giudica le situazioni secondo i nostri criteri.
E questo non è necessariamente un problema della relazione. È una caratteristica inevitabile dell'incontro tra due persone.
Un esempio clinico
Una giovane donna portava spesso in seduta la stessa sofferenza nei confronti del compagno.
Aveva la sensazione che lui non si accorgesse di quanto stesse male nei momenti più difficili e viveva questa esperienza come una mancanza di vicinanza emotiva.
Nel corso del lavoro terapeutico emerse gradualmente che il dolore non nasceva soltanto dai comportamenti del compagno. C'era anche il desiderio profondo di sentirsi finalmente vista e compresa senza dover spiegare ogni cosa. Un desiderio che appartiene, in forme diverse, a tutti noi.
Seduta dopo seduta, iniziò a riconoscere come parte della sua sofferenza fosse legata non tanto alla mancanza di amore nella relazione, quanto alla difficoltà di accettare che anche le persone più vicine possano non cogliere immediatamente ciò che accade dentro di noi.
Questa consapevolezza non la portò a rinunciare al bisogno di essere compresa. Al contrario, le permise di esprimerlo con maggiore chiarezza e di vivere il rapporto in modo meno solitario e più autentico.
Incontrare la differenza dell'altro
Forse una delle sfide più difficili della vita relazionale consiste nell'accettare che l'altro sia realmente diverso da noi.
Non soltanto perché ha gusti o abitudini differenti, ma perché attribuisce significati diversi alle esperienze, interpreta gli eventi attraverso la propria storia e costruisce il proprio senso di ciò che è giusto, importante o desiderabile.
Spesso soffriamo non perché l'altro non ci capisce, ma perché speriamo che veda il mondo come lo vediamo noi.
Quando questo non accade, possiamo sentirci delusi, feriti o persino traditi.
Eppure la crescita emotiva richiede anche la capacità di tollerare questa differenza. Di riconoscere che l'altro può amarci profondamente senza pensare come noi, pur essendo diverso. Può essere vicino senza percepire le cose nello stesso modo. Può volerci bene senza coincidere con le nostre aspettative.
Accettare la differenza non significa rinunciare all'intimità. Significa costruire un'intimità più reale, fondata sull'incontro tra due soggettività distinte e non sulla fantasia di una perfetta coincidenza.
La prospettiva psicoanalitica: l'altro come mistero
Bion sosteneva che la crescita psichica richiede la capacità di tollerare ciò che non possiamo conoscere completamente. Questo vale anche per le relazioni.
L'altro rimane sempre, in parte, un mistero. Possiamo avvicinarci, ascoltare, comprendere molto di lui, ma esisterà sempre una distanza che non può essere annullata.
La sofferenza spesso nasce dal tentativo di eliminare questa distanza. La maturità relazionale nasce invece dalla possibilità di abitarla.
Da questo punto di vista, una relazione sana non è quella in cui ci si comprende perfettamente. È quella in cui si continua a cercare di comprendersi sapendo che il lavoro non sarà mai concluso.
Quando sentirsi incompresi diventa un'occasione di crescita
Forse diventare adulti significa anche rinunciare alla fantasia di essere finalmente letti da qualcuno senza bisogno di parole. Accettare che persino le persone che ci amano possano fraintenderci, non vedere ciò che per noi appare evidente o attribuire significati diversi alle stesse esperienze.
Questo non rende l'amore meno profondo. Lo rende più reale.
Se ti capita di sentirti spesso incompreso nelle tue relazioni, può essere utile chiederti non soltanto quanto l'altro riesca a vederti, ma anche quale immagine dell'altro stai cercando. Forse stai desiderando qualcuno che elimini ogni distanza, ogni malinteso e ogni differenza.
Ma le relazioni più autentiche non nascono dall'assenza di distanza. Nascono dalla possibilità di attraversarla insieme.
La terapia può offrire uno spazio in cui esplorare questi vissuti e comprendere come il bisogno di essere compresi influenzi il modo in cui costruiamo i nostri legami.
Perché forse l'obiettivo non è trovare qualcuno che ci capisca completamente. Forse l'obiettivo è scoprire che possiamo sentirci profondamente in relazione con un altro essere umano anche quando una parte di noi rimane, inevitabilmente, sconosciuta.
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia
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