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Quando le feste fanno male.

Perché a Natale aumentano ansia e depressione: uno sguardo psicoanalitico sulla sofferenza durante le feste
29 dicembre 2025 di
Andrea Budicin

Introduzione – Quando le feste peggiorano il disagio psicologico

«Finalmente tra poco ci saranno le vacanze di Natale, non vedevo l’ora».

Ecco: questo non è necessariamente il pensiero che accompagna tutti all’arrivo delle feste. C’è chi la pensa parecchio diversamente. C’è chi vive le vacanze come qualcosa che pesa, talvolta più del lavoro. Chi sente che la prospettiva di stare così tanto tempo con il partner diventa faticosa. Chi avverte che l’idea di rivedere genitori, fratelli e parenti – "quella volta nel 2003 però tu non sei stato corretto eh"– non sia poi così allettante.

Accanto agli entusiasti dello stare in famiglia, esiste una quota ampia e silenziosa di persone che ne soffre. Perché stare con i familiari non coincide sempre con il sentirsi in famiglia. I legami di sangue, da soli, non garantiscono un’esperienza di appartenenza. C’è chi una famiglia non ce l’ha, chi preferirebbe passare il Natale con gli amici e, per questo, si sente in colpa.

Il Natale può racchiudere una molteplicità di significati, molti dei quali sono ben lontani dal calore e dal benessere. Eppure, questi aspetti faticano a trovare rappresentazione nello spazio pubblico: nella pubblicità, nei racconti collettivi, nelle immagini patinate delle “famiglie felici”. Non so voi, ma io in tv non ho mai visto spot in cui a Natale i figli decidono di farsi la vacanza alle Maldive invece di prendere treni e aerei per poter stare con i genitori. Per non parlare poi dei racconti nel mio studio. Tanti desiderano non tonare dalle famiglie d’origine o non stare in quella che si sono costruiti e questo desiderio viene spesso vissuto molto male. “Non va bene non voler stare con la famiglia a Natale”. Quasi un dogma che non può essere messo in discussione.

Però le ragioni che ci sono dietro al malessere sono diverse per ognuno di noi. Qui torna utile Tolstoj, quando scrive che «tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Se stai leggendo questo articolo, probabilmente non stai cercando rassicurazioni. È più plausibile che tu voglia capire che tipo di famiglia è la tua e perché, contrariamente al modello idealizzato e rassicurante, l’idea di passare le vacanze in famiglia ti provochi disagio, ansia o una sensazione fisica di malessere.

Da qui nasce una domanda che ricorre spesso nella clinica: perché proprio sotto Natale, durante le vacanze, il disagio psicologico sembra intensificarsi?

Non è raro, infatti, osservare un peggioramento dei sintomi depressivi, un aumento dell’ansia, disturbi del sonno, irritabilità o la comparsa di pensieri intrusivi proprio in questo periodo. Non come eventi casuali, ma come fenomeni ricorrenti. La psicoanalisi non legge questi vissuti come semplici “anomalie stagionali”, bensì come effetti di una particolare configurazione psichica: quella che si attiva quando la vita rallenta, le aspettative aumentano e i legami primari tornano al centro della scena.

Comprendere cosa accade durante le feste significa, quindi, spostare lo sguardo dalla superficie – il Natale, la famiglia, le vacanze – ai processi inconsci che questi contesti riattivano.


Perché le vacanze non sono affatto neutre

Dal punto di vista psicoanalitico, le feste non rappresentano semplicemente un periodo di riposo. In alcuni casi possono rivelarsi addirittura più faticose: interrompono la routine, sospendono le difese quotidiane, riattivano legami primari e fantasmi antichi. E soprattutto riportano in primo piano la famiglia, spesso proprio quella da cui, nel resto dell’anno, ci si tiene a distanza.

A questo si aggiunge un elemento cruciale: l’aspettativa. Che sia interna o esterna, implicita o dichiarata. Le feste diventano una sorta di verifica silenziosa: di cosa si è fatto della propria vita, di chi si è diventati, di quanto si è aderenti – o meno – a ciò che gli altri si aspettavano. Un clima che, per molti, assomiglia più a un esame che a una pausa.

Fare i conti con un partner che non rende felici. Fare i conti con una famiglia che riconosce valore solo alla performance. Fare i conti con l’adattamento, con l’accontentarsi, con il sentirsi soli pur essendo circondati da persone. Le vacanze non producono questi conflitti: li rendono più difficili da evitare.


Famiglia, Natale e il mito dell’armonia

La famiglia felice delle feste è raramente la famiglia reale. È piuttosto una costruzione fantasmica, un’immagine idealizzata che poco ha a che fare con le dinamiche affettive concrete.

Ritrovarsi con la propria famiglia d’origine significa spesso riattivare ruoli antichi, copioni inconsci, ferite mai del tutto rimarginate. Il figlio “forte”, quello “problematico”, quello che non delude mai: vecchie identità (che con gran fatica una persona vorrebbe o è già riuscito ad abbandonare) tornano ad abitare la scena.

Non sorprende, quindi, che per alcune persone l’idea stessa del Natale in famiglia sia fonte di angoscia. In questi casi, scegliere di non passare le feste con la famiglia d’origine può rappresentare un tentativo sano di protezione psichica, un modo per sottrarsi a ruoli imposti e dinamiche che non lasciano spazio a un’esperienza più autentica di sé.

Mettere in discussione il mito dell’armonia significa anche scardinare un imperativo culturale profondamente radicato: non esiste una legge psichica che imponga “Natale con i tuoi”. Esiste, piuttosto, la necessità – sempre singolare – di rispettare i propri limiti.


Un esempio clinico

L., 38 anni, arriva in seduta a metà dicembre. Dice di sentirsi “stranamente peggio” proprio ora che il lavoro rallenta. Racconta notti insonni, una tristezza senza causa apparente, un rifiuto crescente all’idea di tornare a casa per Natale.

Nel lavoro emergono una storia familiare segnata da silenzi, aspettative elevate e affetto condizionato. Il Natale, per L., non è mai stato un tempo di calore, ma di performance: essere serena, riconoscente, adeguata.

La pausa lavorativa, invece di offrirle sollievo, ha lasciato spazio a emozioni a lungo tenute sotto controllo. In seduta, per la prima volta, L. riesce a formulare un vissuto centrale: a Natale si sente particolarmente sola. La parte di sé più bisognosa, fragile, “scomoda”, deve restare sullo sfondo. In famiglia le è richiesto di preoccuparsi, curare i famigliari e mediare gli eventuali conflitti. Quindi ovviamente non può essere lei quella da rassicurare e di cui prendersi cura.

Riconoscere questo sentimento di solitudine diventa un passaggio cruciale: non per eliminarlo, ma per comprendere come difendersi e come provare a stare in un altro modo. E quando questo altro modo non è possibile all’interno della famiglia d’origine, potersi concedere di viverlo altrove.


Uno sguardo teorico: perché le feste riattivano la sofferenza

Freud osserva come i momenti di apparente quiete possano diventare, paradossalmente, i più destabilizzanti. Quando l’urgenza del quotidiano si attenua, l’apparato psichico perde alcune delle sue difese operative: ciò che era tenuto a distanza può tornare a farsi sentire. Non è il lavoro a “far ammalare”, ma talvolta è proprio la sua sospensione a creare lo spazio per l’emergere del conflitto.

In Lutto e melanconia, Freud descrive come la perdita – non solo reale, ma anche simbolica – possa organizzarsi attorno a sentimenti di vuoto e di autosvalutazione. Le feste, con il loro carico di ricordi, confronti e aspettative, riattivano spesso lutti non pienamente elaborati: la famiglia che non è stata, l’amore che non ha avuto la forma desiderata, il senso di appartenenza mai davvero interiorizzato.

Christopher Bollas parla di oggetto trasformativo per indicare quell’esperienza primaria capace di dare un senso di continuità e sicurezza. Nei momenti simbolicamente carichi, come le feste, l’assenza di questo oggetto si fa più evidente. Non si tratta di nostalgia romantica, ma della riattivazione di ciò che non ha potuto trasformarsi in risorsa interna.

In questo senso, le vacanze non creano la sofferenza: la rendono leggibile.


Il Natale di Anna Karenina: quando la festa mette a nudo la frattura

Nel Natale di Anna Karenina, Tolstoj non costruisce una scena di riconciliazione, ma un momento di intensificazione del conflitto. La cornice festiva non pacifica i personaggi; al contrario, rende più evidente la distanza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è.

Il clima natalizio, con il suo richiamo all’unità familiare e all’ordine morale, accentua la frattura interna di Anna. È proprio nel tempo in cui la società celebra la stabilità dei legami che il suo desiderio, la sua solitudine e la sua colpa diventano intollerabili. La festa non consola: smaschera.

Tolstoj coglie con lucidità un punto che la clinica conferma ancora oggi: quando l’ideale sociale si fa più rigido, la sofferenza individuale rischia di diventare insopportabile. Il Natale, in questa prospettiva, non è uno sfondo neutro, ma un dispositivo che amplifica il conflitto tra desiderio e appartenenza, tra verità interna e ordine esterno.

È per questo che molte persone riferiscono un peggioramento dei sintomi depressivi o ansiosi proprio durante le feste natalizie. Non perché “qualcosa vada storto”, ma perché la scena simbolica diventa troppo carica per sostenere una finzione.


Una nota clinica

Nel lavoro clinico, il periodo natalizio è spesso un tempo di intensificazione del materiale psichico. Non tanto perché le feste “creino” sofferenza, quanto perché modificano l’equilibrio abituale tra difese, richieste esterne e vita pulsionale.

È frequente che pazienti che durante l’anno funzionano in modo apparentemente stabile sperimentino, sotto Natale, un aumento dell’angoscia o un senso di disorganizzazione interna. Questo non segnala una regressione patologica, ma l’emergere di contenuti che, nel resto dell’anno, trovano contenimento nella struttura della routine.

Da un punto di vista psicoanalitico, il disagio durante le festività non va né banalizzato né immediatamente silenziato: è spesso una via d’accesso privilegiata alla storia affettiva del soggetto e al suo rapporto con l’ideale, la perdita e l’appartenenza.


Conclusione – Dare diritto alla propria esperienza

Se le feste fanno male, forzarsi a provare ciò che non si sente rischia di aumentare la frattura interna. A volte il primo gesto di cura è riconoscere che non tutte le famiglie sono luoghi sicuri, non tutte le vacanze sono riposanti, non tutti i Natali sono felici.

La psicoterapia può offrire uno spazio in cui queste verità trovano ascolto. Un luogo in cui la sofferenza non viene zittita in nome di un ideale, ma interrogata per ciò che racconta della propria storia.

Quando questo periodo dell’anno amplifica un disagio già presente, o ne fa emergere uno nuovo, non si tratta di un fallimento. Spesso è un punto di verità da cui può iniziare un lavoro più profondo.


Dott.ssa Andrea Budicin


Riferimenti utili per chi vuole approfondire:

 

  • Freud, S. (1917). Lutto e melanconia. In Metapsicologia. Opere, vol. 8. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Freud, S. (1923). L’Io e l’Es. In Opere, vol. 9. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Bollas, C. (1987). The Shadow of the Object: Psychoanalysis of the Unthought Known. London: Free Association Books.
  • Winnicott, D. W. (1965). The Maturational Processes and the Facilitating Environment. London: Hogarth Press.
  • Tolstoj, L. (1877). Anna Karenina. Milano: Garzanti.






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