Introduzione.
Molte persone arrivano in terapia con una sensazione difficile da nominare: faccio tutto quello che dovrei, eppure mi sento svuotata/o. Hanno letto libri di crescita personale, seguito percorsi di formazione, lavorato su di sé con costanza. Eppure, sotto la superficie di una vita apparentemente funzionante, qualcosa si è incrinato. L’ansia non si placa, il corpo è stanco, il desiderio inizia a venir meno.
In questi casi, il problema non è la mancanza di impegno, ma l’eccesso. Quando il miglioramento personale smette di essere un movimento vitale e diventa un dovere implacabile, può trasformarsi in una forma sottile — ma profonda — di violenza contro se stessi.
Questo articolo nasce per dare parola a una sofferenza sempre più diffusa: quella che si annida nel culto della performance, nell’ideale di un Sé sempre ottimizzato, efficiente, resiliente. Un tema che riguarda tanto la clinica quanto la cultura in cui viviamo.
Quando il Sé diventa un progetto da ottimizzare.
Viviamo in un’epoca in cui il soggetto è chiamato a performare costantemente: nel lavoro, nelle relazioni, nella genitorialità, persino nel tempo libero. L’auto‑miglioramento, nato come promessa di emancipazione, ha progressivamente assunto i tratti di un imperativo morale.
Dal punto di vista psicoanalitico, questo imperativo non è neutro. Freud aveva già individuato nel Super‑Io una istanza capace non solo di orientare, ma di perseguitare il soggetto. Nella sua formulazione più arcaica e crudele, il Super‑Io non dice semplicemente “dovresti”, ma “non sei mai abbastanza”.
Nella cultura della performance, il Super‑Io trova un terreno fertile: si maschera da motivazione, da disciplina, da crescita. Ma il suo effetto clinico è spesso l’opposto di ciò che promette. Non genera benessere, bensì:
esaurimento emotivo
senso cronico di colpa
incapacità di fermarsi
perdita del contatto con il desiderio
Il burnout emotivo, in questa prospettiva, non è solo una risposta allo stress lavorativo, ma il risultato di una relazione violenta con il proprio ideale dell’Io.
Un esempio clinico.
Una paziente, professionista competente e stimata, arriva in terapia lamentando una stanchezza che “non passa nemmeno dormendo”. Ha investito anni in percorsi di formazione, mindfulness, coaching. Ogni momento libero è orientato a migliorarsi: leggere, imparare, correggersi.
Nel lavoro analitico emerge progressivamente un vissuto profondo di indegnità e insufficienza: la sensazione che fermarsi equivalga a fallire, che il valore personale dipenda interamente dalla prestazione. Il riposo non è vissuto come un diritto, ma come una colpa.
In seduta, uno dei passaggi cruciali non è stato aggiungere nuove risorse, ma togliere: disinnescare l’idea che la sofferenza fosse il segno di non aver fatto abbastanza. Solo quando il miglioramento ha smesso di essere un obbligo, è diventato di nuovo possibile un cambiamento.
Quando l’ideale diventa persecutorio.
Dal punto di vista psicoanalitico, il cuore di questa sofferenza non risiede nel desiderio di crescere, ma nel modo in cui l’ideale viene interiorizzato. Sigmund Freud, ne L’Io e l’Es e soprattutto ne Il disagio della civiltà, descrive un Super-Io che non ha nulla di rassicurante: un’istanza che nasce dall’interiorizzazione delle figure genitoriali, ma che può trasformarsi in una voce crudele e inflessibile. Non è un Super-Io che orienta, ma uno che giudica.
In molti pazienti, questo Super-Io non si presenta più come divieto, bensì come richiesta costante di miglioramento. Non dice “non devi”, ma “potresti fare di più”, “non è abbastanza”, “rilassarti è una perdita di tempo”. La sofferenza nasce proprio qui: nel tentativo di soddisfare un ideale che si sposta continuamente più in là.
Wilfred Bion offre un contributo prezioso per comprendere il burnout emotivo che ne deriva. Quando la mente è costantemente impegnata a fare, pianificare, correggere, migliorare, viene meno la possibilità di pensare l’esperienza emotiva. L’iperattività diventa una difesa contro il contatto con sentimenti di vuoto, impotenza o dipendenza. Il collasso non è allora un incidente di percorso, ma il punto in cui la difesa non regge più.
Christopher Bollas descrive questo assetto come un funzionamento centrato su un falso Sé performativo: un’identità costruita intorno alle aspettative esterne, all’adattamento, alla competenza. È un Sé che funziona, ma non vive. Nel lungo periodo, questa scissione produce una sofferenza silenziosa, spesso accompagnata da una profonda sensazione di estraneità verso se stessi.
In questa prospettiva, il lavoro terapeutico non consiste nel rafforzare l’Io perché regga meglio la pressione, ma nel ridurre la tirannia dell’ideale, restituendo spazio a un’esperienza soggettiva più autentica.
Una risonanza culturale: Black Swan
Il film Black Swan di Darren Aronofsky offre una rappresentazione potente e clinicamente molto accurata della violenza esercitata dall’ideale di perfezione. La protagonista vive in una identificazione totale con l’immagine della ballerina impeccabile: il corpo diventa strumento, il dolore viene normalizzato, il limite negato.
Ciò che colpisce, dal punto di vista psicoanalitico, non è tanto la fragilità della protagonista, quanto l’assenza di uno spazio psichico in cui poter essere imperfetta senza sentirsi annientata. Ogni errore è vissuto come una minaccia all’esistenza stessa. Il miglioramento non è più un processo creativo, ma una coazione distruttiva.
Il film mostra con chiarezza come l’ideale, quando non è temperato da un’esperienza sufficientemente buona di accoglimento, possa diventare mortifero. Non c’è integrazione, ma scissione; non c’è crescita, ma consumo del soggetto.
Fermarsi non è fallire.
Migliorarsi non è, di per sé, un problema. Lo diventa quando non è più una possibilità, ma una condizione necessaria per sentirsi legittimati a esistere. Quando il valore personale coincide interamente con la prestazione, ogni pausa assume il volto della colpa, ogni limite quello del fallimento.
Nel lavoro terapeutico, il punto non è rendere il soggetto più efficiente, più resiliente o più performante. Al contrario, si tratta spesso di creare uno spazio in cui non sia richiesto di dimostrare nulla. Uno spazio in cui la stanchezza possa essere ascoltata invece che corretta, e in cui il sintomo non venga immediatamente trasformato in un obiettivo da ottimizzare.
Per molte persone, iniziare una terapia significa proprio questo: smettere, almeno per un momento, di migliorarsi per poter finalmente incontrarsi. Se ti riconosci in questa fatica silenziosa, sappi che chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma la possibilità di non dovercela fare sempre da soli.
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia:
- Freud, S. – L’Io e l’Es
- Freud, S. – Il disagio della civiltà
- Bion, W.R. – Apprendere dall’esperienza
- Bollas, C. – L’ombra dell’oggetto
- Winnicott, D.W. – Gioco e realtà
- Aronofsky, D. – Black Swan