Introduzione
Ci sono persone che arrivano in terapia non dicendo di aver fallito, ma di essere un fallimento. Non portano un evento preciso, una caduta circoscritta, bensì un sentimento globale, pervasivo, che riguarda il loro valore come soggetti. È una sofferenza silenziosa, spesso ben mascherata da funzionamento sociale adeguato, titoli di studio, competenze, relazioni apparentemente stabili. Eppure la persona sta male.
Questo articolo nasce dall’incontro clinico con molti giovani adulti che non sono bloccati per mancanza di desiderio, ma per eccesso di Ideale. Un Ideale che non orienta, ma schiaccia; che non apre, ma giudica. Un Ideale che, invece di sostenere il movimento del desiderio, lo paralizza.
Nel mio lavoro clinico e negli articoli precedenti ho spesso esplorato il tema dell’auto imporsi ideali troppo distanti, del miglioramento personale come imperativo e della fatica di trovare senso in un’epoca che chiede tutto e subito. Qui vorrei fare un passo ulteriore: entrare nel nucleo psicoanalitico di quella trasformazione sottile ma radicale per cui il fallimento non è più un’esperienza, bensì un’identità.
Dal fallimento come evento al fallimento come essere
Freud afferma che il Super-io nasce come interiorizzazione delle istanze genitoriali e sociali, con una funzione in parte normativa e in parte protettiva (Freud, 1923).
Nella clinica contemporanea, tuttavia, osserviamo una mutazione significativa: il giudizio non si limita più all’azione (“hai sbagliato”), ma investe l’essere (“sei sbagliato”). Non è più fallisco, ma sono io il fallimento. Questo passaggio ha conseguenze profonde sulla struttura dell’identità.
Quando il fallimento diventa identitario, non c’è più spazio per l’errore come esperienza trasformativa. Ogni tentativo è vissuto come una messa alla prova totale del proprio valore. Di conseguenza, il soggetto può scegliere – inconsciamente – l’inibizione, il ritiro, la procrastinazione cronica, come strategie di sopravvivenza psichica.
Il Super-io contemporaneo: dalla legge all’ideale interiorizzato
Diversi autori post-freudiani hanno osservato come, nelle configurazioni soggettive contemporanee, il Super-io abbia progressivamente perso la sua funzione prevalentemente normativa per assumere la forma di un ideale interiorizzato esigente e spesso crudele.
Melanie Klein descrive precocemente un Super-io arcaico, severo e persecutorio, che non si limita a proibire ma attacca l’Io dall’interno, producendo sentimenti di colpa e indegnità sproporzionati (Klein, 1935). Al giorno d'oggi, sembrerebbe che questo funzionamento si riattivi non tanto per la trasgressione di una regola, quanto per l’incapacità di incarnare un ideale percepito come assoluto.
Wilfred Bion, dal canto suo, offre una chiave ulteriore: quando la funzione di pensiero è sovraccaricata da aspettative irrealistiche, l’apparato psichico può collassare in forme di inibizione o di ritiro. Il soggetto non fallisce perché incapace, ma perché schiacciato da un ideale che non può essere mentalizzato, né simbolizzato (Bion, 1962).
In questa prospettiva, il Super-io contemporaneo non dice semplicemente cosa è giusto o sbagliato: impone un modello di essere. L’insufficienza non è più morale, ma ontologica. Clinicamente, questo si traduce in giovani adulti che si sentono costantemente "non ancora" o "mai abbastanza", anche in assenza di fallimenti evidenti.
Giovani adulti bloccati dall’eccesso di Ideale
Uno degli aspetti più delicati di questa configurazione è che il desiderio non è assente. Al contrario, è spesso molto vivo, articolato, ricco. Ciò che manca è la possibilità di autorizzarsi a desiderare imperfettamente.
Winnicott ci offre qui una chiave preziosa: senza il diritto a essere "abbastanza buoni", il soggetto resta intrappolato in un falso Sé che tenta di rispondere alle aspettative percepite (Winnicott, 1965). L’eccesso di Ideale impedisce l’esperienza del gioco, della sperimentazione, dell’errore.
Molti giovani adulti arrivano in analisi dicendo di sentirsi "bloccati": non scelgono, non decidono, non si espongono. Ma questo blocco non è apatia. È una forma di congelamento difensivo di fronte a un Ideale vissuto come irraggiungibile e totalizzante.
Kafka e la colpa senza colpa: quando il giudizio precede l’atto
Se c’è un autore che ha saputo dare forma letteraria all’esperienza di essere un fallimento prima ancora di aver fallito, questo è Franz Kafka. Nei suoi testi non troviamo una colpa chiaramente identificabile, né una trasgressione originaria che giustifichi la punizione. Al contrario, il giudizio è già lì, precedente all’atto, e investe l’esistenza stessa del soggetto.
In Il processo, Josef K. viene accusato senza sapere di cosa, e l’intero romanzo si dispiega come un tentativo vano di comprendere un’accusa che non viene mai esplicitata. Non c’è un reato da espiare, ma una colpa che coincide con l’essere stesso del protagonista. Il tribunale non è solo un’istituzione esterna: è una presenza interiorizzata, opaca, inappellabile.
A differenza di Delitto e castigo, dove la colpa nasce da un atto e il conflitto è prevalentemente interno alla coscienza morale del soggetto, in Kafka la colpa non deriva da una scelta. È strutturale. Il soggetto è già in difetto, già sotto giudizio, già inadeguato rispetto a una legge che non si lascia conoscere.
Questa configurazione risuona profondamente con la clinica contemporanea: molti giovani adulti non si sentono in colpa per ciò che hanno fatto, ma per ciò che sono. Vivono come se dovessero continuamente giustificare la propria esistenza, senza mai sapere quale criterio li renda finalmente assolti.
Kafka ci offre così una metafora potente del Super-io contemporaneo: non un’istanza che proibisce o punisce un atto, ma un tribunale silenzioso che giudica l’essere. Un tribunale che non emette mai una sentenza definitiva, mantenendo il soggetto in uno stato di perenne sospensione e auto-accusa.
Il lavoro analitico: dall’ideale tirannico al diritto di esistere
Nel lavoro clinico con questi pazienti, la questione centrale non è rafforzare l’Io affinché raggiunga l’Ideale, ma interrogare la funzione stessa di quell’Ideale. Autori come André Green hanno mostrato come l’eccesso di ideali non simbolizzati possa produrre una forma di vuoto soggettivo, in cui il soggetto esiste solo nella misura in cui risponde a un’immagine richiesta (Green, 1983).
Thomas Ogden, nella sua rilettura contemporanea della teoria delle relazioni oggettuali, sottolinea come il processo analitico consista nel rendere pensabile ciò che è stato vissuto solo come giudizio muto e totalizzante. L’analisi diventa allora uno spazio in cui il soggetto può iniziare a fare esperienza di sé al di fuori dello sguardo idealizzante o svalutante dell’Altro (Ogden, 1994).
Il lavoro analitico permette progressivamente di distinguere il desiderio dall’Ideale, restituendo al soggetto il diritto di esistere senza dover continuamente dimostrare il proprio valore. Il fallimento può così tornare a essere un evento, un’esperienza simbolizzabile, e non più una definizione dell’essere.
Conclusione
Forse la questione non è diventare finalmente all’altezza, ma iniziare a interrogare il tribunale davanti al quale ci si sente costantemente imputati. Chiedersi da dove venga quella voce che giudica, quali ideali abbia interiorizzato, e soprattutto se siano davvero propri.
Quando il fallimento smette di coincidere con l’essere, può tornare a essere un’esperienza tra le altre: dolorosa, certo, ma pensabile. Non più una condanna totale, bensì qualcosa che accade, che può essere attraversato e trasformato, ma soprattutto trasformativo.
La psicoanalisi non offre assoluzioni né nuovi ideali da inseguire. Offre uno spazio di sospensione del giudizio, in cui diventa possibile distinguere ciò che si desidera da ciò che si crede di dover essere. Un luogo in cui il valore non deve essere dimostrato, ma può lentamente essere interrogato.
Se queste riflessioni risuonano, forse il primo passo non è fare di più o fare meglio, ma fermarsi a pensare da quale istanza si è stati finora chiamati a rispondere. A volte, è proprio da questa domanda che può iniziare un movimento diverso.
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia
- Bion, W. R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Roma: Armando Editore. (Opera originale pubblicata nel 1962)
- Freud, S. (1923). L’Io e l’Es. In Opere (Vol. 9). Torino: Bollati Boringhieri.
- Freud, S. (1930). Il disagio della civiltà. In Opere (Vol. 10). Torino: Bollati Boringhieri.
- Green, A. (1983). Narcisismo di vita, narcisismo di morte. Roma: Borla.
- Han, B.-C. (2012). La società della stanchezza. Roma: Nottetempo.
- Kafka, F. (1925/2018). Il processo. Milano: Feltrinelli. (Opera originale pubblicata nel 1925)
- Klein, M. (1935). A contribution to the psychogenesis of manic-depressive states. International Journal of Psychoanalysis, 16, 145–174.
- Ogden, T. H. (1994). I soggetti dell’analisi. Roma: Astrolabio.
- Winnicott, D. W. (1965). I processi maturativi e l’ambiente facilitante. Roma: Armando Editore.