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Quando scegliere significa perdere una parte di sé.

Il lutto delle vite possibili e il dolore nascosto delle decisioni importanti.
21 giugno 2026 di
Andrea Budicin


"Ogni scelta crea una vita, ma ne lascia morire molte altre."

Ci sono momenti della vita in cui scegliere non appare come un atto di libertà, ma come un vero e proprio piccolo lutto.

Accade quando decidiamo se restare o andarcene da una relazione, quando scegliamo una professione, una città in cui vivere, se avere o meno un figlio, o semplicemente quale direzione dare alla nostra esistenza. In questi momenti, ciò che rende difficile la scelta non è soltanto l'incertezza del futuro, ma la consapevolezza, spesso implicita, che ogni "sì" contiene inevitabilmente molti "no".

Nella cultura contemporanea siamo spesso incoraggiati a credere che esista una scelta giusta capace di realizzarci pienamente e senza nessun tipo di pentimento. Come se fosse possibile trovare una strada che non richieda alcuna rinuncia. Eppure l'esperienza clinica racconta qualcosa di diverso: diventare qualcuno significa sempre smettere di essere qualcos'altro.

Molte delle sofferenze che si possono incontrare in terapia non nascono dall'aver scelto male, ma dalla difficoltà di accettare che ogni scelta significativa comporti anche una perdita.

Forse uno degli aspetti più complessi della vita adulta non è decidere, ma poter tollerare ciò che ogni decisione inevitabilmente lascia indietro.


La fantasia di poter essere tutto

Nel precedente articolo dedicato all'odio nelle relazioni sane abbiamo visto come la maturità emotiva richieda la capacità di tollerare l'ambivalenza. Qualcosa di simile accade anche nelle scelte.

Molte persone arrivano in terapia convinte di dover trovare la decisione perfetta: quella che eliminerà ogni dubbio, ogni rimpianto e ogni perdita. Dietro questa ricerca si nasconde spesso una fantasia profonda: l'idea che sia possibile conservare tutte le possibilità senza rinunciare a nessuna.

Vorremmo essere contemporaneamente il professionista affermato e la persona libera da responsabilità. Vorremmo vivere una relazione stabile senza rinunciare all'intensità dell'innamoramento. Vorremmo esplorare molte vite diverse senza doverne abitare davvero una.

La realtà intrapsichica, tuttavia, funziona diversamente.

Crescere significa progressivamente abbandonare l'illusione di poter essere tutto. Significa accettare che la nostra esistenza prenderà forma proprio attraverso i limiti che incontriamo e le rinunce che compiamo.

Ciò che spesso genera sofferenza non è la scelta in sé, ma il desiderio impossibile di non perdere nulla.


Scegliere significa elaborare un lutto

Freud (1917/1976), nel celebre Lutto e melanconia, descrive il lutto come il processo attraverso cui la psiche si separa da qualcosa che ha investito affettivamente. Sebbene il concetto venga spesso associato alla morte di una persona, nella pratica clinica il lutto riguarda molte altre esperienze della vita.

Ogni scelta importante comporta infatti una perdita.

Quando scegliamo una professione rinunciamo ad altre possibili versioni di noi stessi. Quando decidiamo di trasferirci lasciamo luoghi, abitudini e identità costruite nel tempo. Quando scegliamo un partner rinunciamo a tutte le relazioni che quella scelta rende impossibili.

Il dolore non nasce soltanto da ciò che perdiamo concretamente. Spesso nasce soprattutto dalle immagini di noi stessi che siamo costretti ad abbandonare.

Possiamo soffrire per il lavoro che non faremo mai, per la città in cui non vivremo, per la famiglia che non costruiremo, per la relazione che non sceglieremo. Possiamo soffrire per tutte quelle versioni di noi che avevano trovato spazio nella nostra immaginazione e che improvvisamente devono essere lasciate andare.

La crescita psichica passa inevitabilmente attraverso questi piccoli lutti. Diventare qualcuno significa separarsi da molte possibilità che pure sentivamo nostre.

Paradossalmente, però, è proprio questa capacità di perdere che rende possibile una vita più piena. Finché tutto deve rimanere aperto, nulla può realmente prendere forma. Solo accettando una perdita possiamo investire energia, desiderio e significato in ciò che rimane.

In questo senso la rinuncia non rappresenta il contrario della realizzazione personale. Ne costituisce una delle condizioni fondamentali.


Quando non scegliere diventa una scelta

Spesso immaginiamo che il problema sia scegliere tra due alternative. Restare o andarsene. Accettare o rifiutare. Lasciare o restare. Ma l'esperienza clinica mostra che frequentemente esiste una terza possibilità: non scegliere.

Pensiamo a una persona coinvolta in una relazione stabile che, nel frattempo, sviluppa un forte legame con qualcun altro. Apparentemente le opzioni sembrano due: lasciare il partner oppure interrompere la nuova relazione. Eppure molte persone finiscono per percorrere una terza strada. Continuano a mantenere entrambe le relazioni, rimandando il momento della perdita.

Nell'immediato questa soluzione può apparire meno dolorosa. Nessuna porta viene chiusa. Nessuna possibilità viene abbandonata. Nessun lutto deve essere affrontato. Tuttavia il prezzo tende ad accumularsi nel tempo.

L'energia necessaria per mantenere aperte possibilità incompatibili diventa sempre più elevata. Il conflitto viene evitato ma non risolto. La rinuncia viene rimandata ma non superata. Ciò che inizialmente appare come una protezione dalla sofferenza rischia di trasformarsi in una sofferenza più diffusa e persistente.

Talvolta non soffriamo perché abbiamo scelto. Soffriamo perché continuiamo a rimandare una perdita che la realtà, prima o poi, ci chiederà comunque di attraversare. 


Le vite che non vivremo

Pochi autori hanno descritto il rapporto tra scelta e possibilità perdute come ha fatto Milan Kundera. Ne L'insostenibile leggerezza dell'essere, Kundera si interroga su una questione profondamente umana: come possiamo sapere se una scelta è quella giusta quando la vita ci concede una sola occasione per viverla?

L'autore osserva che non possiamo confrontare la vita che abbiamo scelto con quelle che avremmo potuto vivere. Non esiste una seconda prova. Non esiste la possibilità di tornare indietro e verificare quale strada sarebbe stata migliore.

Ogni decisione viene presa una sola volta. Ed è proprio questa irripetibilità a renderla tanto preziosa quanto dolorosa.

Molta sofferenza nasce dal desiderio di conservare contemporaneamente possibilità incompatibili tra loro. Vorremmo sapere cosa sarebbe successo scegliendo l'altra persona, l'altra città, l'altra professione. Vorremmo vivere più vite nello stesso tempo.

Ma la realtà ci impone una condizione diversa. Una sola vita. Una sola direzione alla volta.

La maturità emotiva non consiste nell'eliminare il rimpianto per ciò che non sarà. Consiste piuttosto nel riconoscere che ogni esistenza autentica si costruisce anche attraverso le possibilità che decidiamo di lasciare andare.


Un esempio clinico

L. arriva in terapia dopo aver ricevuto un'importante opportunità lavorativa all'estero. È una possibilità che desiderava da anni e che potrebbe rappresentare una svolta significativa nella sua carriera.

Eppure non riesce a decidere. Da mesi costruisce liste di pro e contro, chiede consigli ad amici e familiari, immagina scenari futuri, valuta ogni possibile conseguenza. Più riflette, più si sente paralizzata.

Nel corso del lavoro terapeutico emerge progressivamente qualcosa di inatteso. Il problema non è la paura del cambiamento. Il problema è il dolore della rinuncia. Accettare il lavoro significherebbe allontanarsi dagli affetti, dalla famiglia e da una parte importante della propria storia. Restare significherebbe rinunciare all'immagine di sé come persona libera, coraggiosa e capace di realizzare un progetto a lungo desiderato.

L. non sta scegliendo tra una strada giusta e una sbagliata. Sta cercando di capire quale perdita è disposta a sostenere.

Quando questa consapevolezza diventa pensabile, l'angoscia inizia lentamente a diminuire. Non perché la decisione diventi più semplice, ma perché smette di essere vissuta come un problema da dover risolvere alla perfezione.


La crescita passa attraverso le separazioni

Nella nostra cultura siamo spesso abituati a pensare la perdita soltanto in termini negativi. Eppure, da un punto di vista psicologico, gran parte della crescita passa proprio attraverso la capacità di separarci. Separarci dalle illusioni infantili. Separarci dalle immagini ideali di noi stessi. Separarci da possibilità che non potranno essere realizzate contemporaneamente.

Ogni fase della vita richiede una rinuncia. Ogni passaggio evolutivo comporta una perdita. Ma proprio grazie a queste separazioni possiamo costruire una maggiore continuità con noi stessi e con il nostro desiderio.

La sofferenza non deriva necessariamente dal fatto che stiamo sbagliando. Talvolta deriva dal fatto che stiamo crescendo.


Conclusione

Come abbiamo visto, molte delle decisioni che ci fanno soffrire non sono difficili perché non sappiamo cosa desideriamo, ma perché ogni scelta significativa ci mette di fronte a una separazione.

A volte vorremmo una garanzia: la certezza di non sbagliare, di non perdere nulla, di non lasciare indietro nessuna parte di noi. Ma la vita psichica raramente funziona in questo modo.

Crescere significa anche imparare a tollerare il fatto che alcune possibilità rimarranno soltanto immaginate. E, per quanto possa essere doloroso, questo non rende la nostra vita più povera. Al contrario, è proprio accettando di non poter essere tutto che possiamo gradualmente diventare qualcuno.

Se in questo momento ti trovi davanti a una scelta che ti paralizza, forse può essere utile chiederti non soltanto: «Che cosa devo fare?», ma anche: «Quale perdita sto facendo fatica a tollerare?».

Talvolta la domanda decisiva non riguarda la scelta in sé. Riguarda il nostro rapporto con ciò che siamo chiamati a lasciare andare.

Ed è proprio qui che si apre il tema del prossimo articolo. Perché se ogni scelta implica una rinuncia, allora si comprende anche perché, di fronte a un numero quasi infinito di possibilità, molte persone oggi si sentano bloccate. Non per mancanza di libertà, ma perché l'eccesso di possibilità può rendere sempre più difficile separarsi da quelle che non verranno vissute.



Dott.ssa Andrea Budicin


Bibliografia

  • Freud, S. (1976). Lutto e melanconia (1917). In Opere (Vol. 8). Bollati Boringhieri.
  • Klein, M. (1998). Lutto e stati maniaco-depressivi (1940). In Scritti 1921-1958. Bollati Boringhieri.
  • Phillips, A. (2012). Missing Out: In Praise of the Unlived Life. Farrar, Straus and Giroux.
  • Winnicott, D. W. (1965). The Maturational Processes and the Facilitating Environment. Hogarth Press.
  • Kundera, M. (1985). L'insostenibile leggerezza dell'essere. Adelphi.
L'odio nelle relazioni sane.
Perché amare qualcuno significa anche poterlo odiare senza distruggerlo.