E se il problema non fosse stare male… ma stare bene?
Per alcune persone, è proprio quando le cose iniziano a funzionare che qualcosa si inceppa. Relazioni tranquille diventano noiose. Legami stabili sembrano vuoti. E ciò che è sicuro, paradossalmente, smette di essere desiderabile.
Introduzione
Nel precedente articolo "Perché mi sento bloccato anche se la ma vita va bene?" abbiamo esplorato quella frattura interna per cui il benessere esterno non coincide con quello interno.
Qui facciamo un passo ulteriore. Ci sono persone che non solo si sentono a disagio quando le cose vanno bene: nelle relazioni diventano insofferenti proprio quando tutto funziona. E questo è un punto centrale. Molti pazienti raccontano che relazioni stabili, presenti, affidabili… risultano noiose.
Non perché manchi qualcosa di oggettivo, ma perché non attivano quella tensione emotiva a cui sono stati abituati.
Così accade quello che apparentemente può sembrare un paradosso: ciò che è stabile viene vissuto come piatto e ciò che è instabile viene vissuto come intenso.
Non avere qualcuno che tradisce, che si allontana, che mette continuamente in discussione il legame… viene percepito come mancanza di coinvolgimento, non come sicurezza. Come se l’amore, per essere riconosciuto, dovesse contenere una quota di instabilità.
Quando la sicurezza non è familiare
L’essere umano non cerca ciò che è “giusto”. Cerca ciò che è familiare.
Se le prime esperienze affettive sono state segnate da imprevedibilità, distanza o ambivalenza, il sistema psichico costruisce una mappa interna in cui l’amore non coincide con la sicurezza. In età adulta, questo si traduce in questo: quando una relazione è stabile, disponibile, non minacciosa… qualcosa non torna. Non perché ci sia davvero un problema. Ma perché manca ciò che, inconsciamente, viene riconosciuto come “amore”.
Come scrive Freud:
"Non ci scegliamo in modo casuale. Incontriamo solo coloro che già esistono nel nostro subconscio"
Ciò che abbiamo imparato sull’amore
Questo è un punto che in terapia sorprende spesso. Molti pazienti, quando iniziano a collegare le relazioni attuali a quelle infantili, chiedono: “Ma quindi è tutto riconducibile al rapporto con i miei genitori?”
La risposta non è riduttiva, ma strutturale. Il modo in cui siamo stati visti, amati, curati — o non visti, non amati, non curati — è il linguaggio relazionale che abbiamo imparato.
E questo linguaggio diventa, nel tempo:
il modo in cui trattiamo noi stessi
il modo in cui ci aspettiamo di essere trattati
il modo in cui entriamo in relazione con gli altri
Se siamo stati visti, sarà più facile vederci. Se siamo stati curati, sarà più possibile prenderci cura di noi. E poi faremo lo stesso con gli altri. Se invece questo non è accaduto, accade che non ci aspettiamo di essere visti. Non ci aspettiamo di essere curati. Non sviluppiamo aspettative diverse, perché non le abbiamo mai conosciute. E quindi, anche nelle relazioni adulte, tendiamo a muoverci dentro ciò che riconosciamo.
Come scrive Fairbairn:
“L’individuo preferisce un oggetto cattivo ma familiare, piuttosto che l’assenza di oggetto.”
Non cerchiamo semplicemente qualcuno. Cerchiamo qualcosa che sia in sintonia con ciò che abbiamo già vissuto.
Esempio clinico
Un uomo di 45 anni arriva in terapia portando una confusione che lo mette in difficoltà.
“Con la mia compagna sto bene. È dolce, presente, mi vuole bene… però non provo quello che provavo prima.”
Parlando della relazione precedente, dice: “Lì sì che ero innamorato davvero.”
Poi emergono altri dettagli: la ex partner beveva molto, le discussioni erano frequenti, il clima costantemente teso. “Litigavamo sempre. Ma era vivo, più innamorato di adesso.”
Quella tensione continua, il bisogno di riavvicinarsi, di recuperare il contatto… per lui erano il segno dell’amore, di passione. Nel lavoro emerge una chiave di lettura: il rapporto con la madre. Una relazione molto presente sul piano concreto, ma emotivamente segnata dal conflitto. Contatti frequenti, ma quasi sempre attraverso lo scontro. Nessun contatto morbido.
Nel tempo, ha imparato che la relazione è questo: tensione, conflitti, distanza, tentativi di riavvicinamento. La ex partner era perfettamente in sintonia con questo schema. Allora però viene da chiedersi come mai stia con la compagna attuale. La compagna attuale intercetta un’altra parte di lui. Una parte più dolce, più bisognosa, più esposta. Lei la vede. E proprio per questo, lui si sente a disagio. Perché quella parte, per molto tempo, è stata nascosta. Non per scelta, ma per sopravvivenza. Se da bambino l’avesse mostrata apertamente, non avrebbe trovato risposta. Ora che qualcuno la riconosce, non è rassicurante. Può diventare destabilizzante.
Un altro linguaggio dell’amore
Alda Merini scriveva:
“L’amore è quando io e te diventiamo uno, senza smettere di essere due.”
Ma per molte persone, l’amore non è stato questo. È stato tensione. Attesa. Incertezza. A volte sofferenza. E quando si cresce dentro questo tipo di esperienza, accade qualcosa di potente: si finisce per associare l’amore al dolore, all'incertezza e all'insicurezza. Non come idea, ma come esperienza.
Per questo, quando arriva una relazione diversa — più stabile, più prevedibile — può risultare difficile da riconoscere. A volte non viene percepita come amore. A volte viene percepita come noia. Se non c’è sofferenza, allora non è amore. Il legame tra amore e dolore può diventare così stretto da rendere quasi impensabile un’alternativa.
Il lavoro terapeutico non consiste nel dire cosa è giusto. Consiste nel rendere possibile vedere che esiste un altro linguaggio. Un amore che non coincide con la perdita, con la tensione, con il rischio costante. All’inizio può sembrare estraneo. Poi, lentamente, può diventare riconoscibile.
Conclusione: tra ripetizione e possibilità
Spesso ci ritroviamo a ripetere la storia a cui siamo stati abituati. Non perché non vogliamo cambiare, ma perché è ciò che conosciamo.
C’è chi resta in relazioni fatte di tensione, conflitto, instabilità. E c’è chi si allontana da relazioni stabili perché le vive come vuote. In entrambi i casi, però, c’è qualcosa di importante. Se una persona arriva in terapia portando come principale motivo la relazione, significa che una parte di sé si è attivata. Nel primo caso, è la parte che si chiede: Devo davvero stare sempre in allerta nelle relazioni? Nel secondo caso, è la parte che si interroga: Possibile che la sicurezza sia solo noia? Dentro ognuno di noi possono coesistere due parti. Una che resta legata a ciò che conosce. E un’altra che inizia a desiderare qualcosa di diverso.
Come nel caso clinico: una parte cercava sicurezza, ma la viveva come vuoto. Un’altra era attratta dall’intensità, ma a un costo troppo alto.
Il lavoro terapeutico si muove proprio qui. Nel dare spazio a entrambe. Nel permettere, lentamente, che la sicurezza non venga più scambiata per noia, e che l’intensità non venga più confusa con la sofferenza.
Non si tratta di cambiare tutto subito. Si tratta di iniziare a riconoscere che può esistere un altro modo di stare nelle relazioni.
Nel prossimo articolo vedremo cosa accade quando, al contrario, l’altro diventa indispensabile per stare bene — e perché, a volte, lasciarlo sembra impossibile.
Dott.ssa Andrea Budicin
Bibliografia
Freud, S. – Al di là del principio di piacere
Bowlby, J. – Attaccamento e perdita
Winnicott, D. W. – Gioco e realtà
Fairbairn, W. R. D. – Psicoanalisi delle relazioni oggettuali
Fonagy, P. – Affect Regulation, Mentalization and the Development of the Self
Merini, A. – Aforismi e magie